La prima neve

Un film di Andrea Segre. Con Jean-Christophe Folly, Matteo Marchel, Anita Caprioli, Peter Mitterrutzner, Giuseppe Battiston. Paolo Pierobon, Sadia Afzal, Leonardo Paoli, Lorenzo Pintarelli, Roberto Citran Drammatico, durata 105 min. – Italia 2013. – Parthenos

Michele (Matteo Marchel) è un undicenne rimasto da poco orfano di padre, che vive tra le montagne dell’Alto Adige e ha un rapporto difficile con la madre (Anita Caprioli). Dani (Jean-Christophe Folly) è un ragazzo africano del Togo che è ospitato in un centro di accoglienza dopo un traumatico viaggio per mare, ha una figlia piccola e fatica ad essere padre. Incontrandosi, le loro esistenze diventeranno complementari, cercando l’uno di colmare il vuoto nella vita dell’altro e permettendo ad entrambi di superare il dolore per la comune esperienza di una tragica perdita.
Con La prima neve Andrea Segre prosegue l’idea di un cinema umanista, radicato in una provincia italiana quieta e dimenticata. Dopo Chioggia in Io sono Li, il suo sguardo da documentarista si posa sull’alta montagna del Trentino, a Pergine Valsugana, dove nei boschi giallastri di un autunno che sta per diventare inverno cresce il legame tra un ragazzino e un immigrato del Togo, arrivato in Italia attraverso l’inferno della Libia. Entrambi, Michele e Dani, sono segnati dal dolore e dalla perdita: il primo orfano di padre, il secondo distrutto dalla morte della moglie durante il viaggio e dall’incapacità di occuparsi della figlia neonata.
Segre ha la capacità e il coraggio di raccontare storie, di filmare spazi geografici da trasformare in luoghi ideali; il suo cinema drammatico è lacrimevole, quasi pedante, eppure è sensibile, toccante, guarda al mélo ma senza concitazione, con i personaggi principali e di contorno (la madre di Michele, fragile e premurosa, lo zio rassegnato, il nonno apicoltore stanco e comprensivo) che si ritagliano il loro spazio per crescere come figure autentiche. La prima neve si affida al tempo, al mutare della luce del giorno e delle stagioni: e in un paesaggio immenso, che osserva placido e gentile il dramma degli uomini, fa in modo che la tragedia si stemperi, che la vita prevalga sulla morte, e che la neve possa cadere copiosa non per seppellire il passato, ma per purificarlo.
Roberto Manassero, http://www.filmtv.it

I due grossi problemi del cinema italiano sono, da una parte, l’eccesso di “recitazione”, quella tendenza degli attori a rendere in maniera enfatica e assolutamente implausibile i dialoghi; dall’altra, i dialoghi stessi, di stampo teatrale e totalmente avulsi dalla realtà quotidiana, ancora più evidenti quando si cerca un tono in un certo senso “neo-realista”. Sono problemi enormi, che ci portiamo dietro da ormai tanto tempo e che contribuiscono a rovinare il novanta percento della produzione nazionale. Tutto questo preambolo per dire che, invece, La prima neve di Andrea Segre scavalca questi limiti per regalarci uno dei rari esempi di cinema italiano credibile. Segre, regista che viene dal documentario e che quindi ha un occhio ben predisposto a catturare la realtà, alla sua seconda opera di finzione (dopo Io sono Li) sceglie nuovamente di mescolare attori professionisti a non professionisti selezionati con estrema cura. Il risultato, unito a una sceneggiatura asciutta e a una direzione degli attori che ha lasciato, evidentemente, campo libero all’improvvisazione, è un film urgente e ipnotico, in cui gli spazi desolati della Valle dei Mocheni sottolineano l’isolamento e la solitudine di un gruppo di protagonisti impegnati nel tentativo di superare le barriere date dalle proprie peculiarità, per arrivare a un punto d’incontro, a comprendersi e crescere insieme. In tutto il film domina il silenzio delle vallate trentine, e questo si traduce in dialoghi ridotti all’osso ma davvero efficaci. Notevole, anche perché molto raro nel cinema italiano, il lavoro sugli accenti. Anita Caprioli (piemontese) non stona accanto agli attori non professionisti del luogo. Il suo accento trentino non è perfetto, e l’attrice recita per altro prevalentemente in italiano nonostante tutti gli altri parlino in dialetto, ma l’approssimazione è più che sufficiente per essere credibile. Tra i non-professionisti segnaliamo soprattutto il bravissimo Matteo Marchel, ragazzino che interpreta il figlio della Caprioli, e Peter Mitterrutzner, anziano apicoltore il cui volto corrugato è molto più espressivo delle parole. Menzione d’onore per Jean-Christophe Folly, l’attore che interpreta Dani, immigrato togolese dallo sguardo triste e malinconico.
Marco Triolo, http://www.film.it

(…) Sicuramente più aperto a discussioni e pareri contrastanti rispetto a Io sono Li, il nuovo film di Segre continua un discorso fragile sull’incontro tra culture e nazionalità diverse, lo sradicamento e il cozzare, più o meno aspro, tra spiriti apparentemente lontani. Un film che riecheggia molto de Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, ma allo stesso tempo diametralmente opposto: le azioni sono più rarefatte, il mosaico è allargato e il film sembra ergere ogni singolo elemento della natura del luogo a ruolo di co-protagonista.
Luca Chiappini, http://www.everyeye.it

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