Moliere in bicicletta

Serge Tanneur (Fabrice Luchini), attore un tempo famoso, si è ritirato dalle luci della ribalta. La troppa pressione lo ha spinto a smettere di recitare e a trasferirsi a vivere in solitudine sulla piccola isola del Ré, dove da tre anni trascorre le giornate a pedalare con la sua bicicletta. Un giorno Serge riceve la visita improvvisa di Gauthier Valience (Lambert Wilson), attore sulla cresta dell’onda che sta mettendo in piedi la sua personalissima versione del Misantropo di Molière. Gauthier offre a Serge il ruolo da protagonista e, di fronte al suo rifiuto, gli propone di provar insieme a lui il primo atto per cinque giorni, durante i quali potrà cambiare idea sul da farsi.
Molière in bicicletta di Philippe LeGuay può essere visto in primo luogo come un adattamento sui generis e moderno della commedia Il misantropo, scritta da Molière nel 1666. Il progetto di portare in scena la trasposizione dell’opera nasce in maniera casuale da una chiacchierata tra il regista Philippe LeGuay e l’attore Fabrice Luchini. In visita da Luchini sull’isola di Ré – dove l’attore è solito trascorrere molto tempo in cerca di relax e tranquillità – per proporgli il copione di Le donne del 6° piano, LeGuay viene affascinato durante una passeggiata dall’ammirazione, quasi ossessiva, che Luchini ha per il testo di Molière, per l’intelligenza del personaggio di Filinte – più disincantato e vicino alla realtà rispetto al sincero protagonista Alceste – e per il forte contrasto tra questi e il protagonista Alceste, contrasto che cela una riflessione sul potere della parola e del linguaggio in generale.
Da quella passeggiata, LeGuay trae lo spunto per la storia di Serge Tanneur e Gauthier Valence, due attori di differente generazione (e formazione) che sull’isola di Ré si ritrovano a provare la scena 1 dell’atto 1, quella del faccia a faccia tra Filinte e Alceste, durante la quale emergono in maniera evidente le differenze di carattere e filosofia di vita di chi da un lato si dimostra indulgente verso gli uomini e di chi dall’altro lato si ribella alla loro stupidità.

In un clima da commedia che diventa ben presto un omaggio alla lingua francese, all’arte della conversazione e al teatro, ma anche una riflessione sul mestiere di attore, durante le prove dell’atto 1 di Il misantropo tra Serge e Gauthier si crea un rapporto di potere da cui entrambi traggono vantaggio: la loro è una continua battaglia teatrale e di ego che si muove tra seduzione, crudeltà, sadismo, umiliazione e dipendenza. Oltre a Fabrice Luchini e Lambert Wilson, a cui LeGuay riserva il ruolo dell’anti-moderno Serge e del “contemporaneo” Gauthier, in Molière in bicicletta a muoversi tra realtà e testo di Molière è anche l’attrice Laurie Bordesoules, chiamata a interpretare il personaggio di Zoe.
Ragazza che lavora come cameriera ma anche come attrice porno, Zoe viene invitata dai due attori per leggere la parte di Célimène, la giovane donna di cui è innamorato Alceste. A destare un po’ di tensione tra Serge e Gauthier è poi la presenza di Francesca, una donna italiana interpretata da Maya Sansa. Arrivata sull’isola di Ré per vendere una casa dopo un doloroso divorzio, Francesca sta male e ha un atteggiamento ostile nei confronti della vita ma finisce con il formare con i due attori un insolito trio à la Jules e Jim
http://www.filmtv.it

Attore di successo televisivo visita l’Île de Ré, isola di 85 km2 nell’Atlantico, a 3 km dalla costa francese: è lì per convincere un illustre collega in esilio – dal teatro e dalle ipocrisie dell’ambiente – a portare in scena Il misantropo di Molière. I due provano per una settimana, riversando nei versi recitati sentimenti e risentimenti, rancori e rimpianti, questioni morali e rivalse professionali. E trasformando il salotto di casa in un teatro di guerra a suon d’alessandrini, la drammaturgia della pièce in quella della vita vissuta.
Intorno ai due, Fabrice Luchini e Lambert Wilson, a turno Alceste e Filinte, una Maya Sansa che aggiorna e rispecchia in Alceste il carattere di Celimene. Da un’idea di Luchini, il film di?Le Guay manda in abisso il côté autobiografico di Il misantropo (per Molière rigurgito e lenimento personale), e ne fa lo scandaglio per una possibile élite dello spettacolo odierna, lasciando che la sempiterna attualità del testo frantumi il vaso di Pandora e il teatro della vita degli attori. Se la sceneggiatura annaspa nei minuti, basata com’è su un unico spunto, è quando si discosta dal proprio terreno intellò che quest’ennesimo esempio di cinema medio e piccolo borghese, stereotipicamente francese, finisce per sconfortare: le gag slapstick, così come i bozzetti comici di contorno, sono patetici ammicchi nazionalpopolari decisamente fuor di misura. In ogni caso, dove possibile, recuperatelo in originale, così da preservare quantomeno il narciso e virtuosistico gigionismo di Luchini.
Giulio Sangiorgio, FilmTV 50/2013

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