Gabrielle – un amore fuori dal coro

Un film di Louise Archambault. Con Gabrielle Marion-Rivard, Mélissa Désormeaux-Poulin, Alexandre Landry, Vincent-Guillaume Otis. Titolo originale Gabrielle. Drammatico, durata 104 min. – Canada 2013. – Officine Ubu

In Québec, un coro di disabili si sta preparando senza posa per un festival musicale piuttosto blasonato: con loro canterà uno degli autori più conosciuti ed apprezzati della regione, Robert Charlebois. Il maestro che li segue non usa mezzi termini: «volete che gli altri dicano “non male per essere dei disabili?”». Louise Archambault si accosta alla tematica con discrezione, cercando di dribblare pietismi e luoghi comuni, per quanto possibile. Ed infatti il suo non è un film sulla disabilità tout court, ma, un po’ come l’italianissimo The Special Need di Carlo Zoratti, parte da qui per intavolare un discorso non del tutto sdoganato. Il sesso, o meglio la pratica sessuale: come si relazionano alla questione persone affette da determinate disabilità? Nel film di Zoratti la premessa è quella di un ragazzo autistico che, quasi improvvisamente, comincia a chiedere la compagnia di una donna; dapprima sembra una mera esigenza carnale, salvo poi scoprire che le confuse richieste di Enea vanno addirittura oltre la mera affettività con l’altro sesso, bensì pongono dei quesiti capitali in merito alla percezione che hanno queste persone della propria disabilità. In Gabrielle il passo è ulteriore.
Gabrielle è affetta dalla sindrome di Williams, ed è una ragazza tendenzialmente solare: ride, scherza ed è sovente di buon umore. La vicinanza di Martin, un altro ragazzo disabile del coro, diventa occasione per entrambi di sperimentare qualcosa della cui portata comprendono apparentemente poco: un’infatuazione, si direbbe. Attenzione a definirlo con troppa faciloneria “amore”, anche perché l’intero film è in fondo una ricerca, un sondare il terreno al fine di capire non tanto di cosa si tratta, quanto come la vivono i protagonisti.
Personaggi che sono l’elemento trainante del film, fortemente incentrato su di essi. Non solo Gabrielle, che rimane il centro, ma anche tutto ciò che le orbita attorno. La sorella, Sophie, un insegnante in procinto di lasciare il Canada per raggiungere il suo fidanzato in India, nonché la persona più vicina a Gabrielle; i tutori di quest’ultima, dato che lei abita in una struttura d’accoglienza per disabili; l’indaffarata madre; la madre di Martin. È un mondo piccolo, popolato di persone che cercano di svincolarsi da pregiudizi e quant’altro, scontrandosi però con una realtà riporta un po’ tutti coi piedi per terra. I toni sono teneri, quasi trasognanti, ed infatti la fotografia del film induce questo senso di incantato smarrimento, in un’atmosfera che ha del nostalgico. Difficile stabilire quanto siano invece credibili o meno certi passaggi, ed in questo senso ha buon gioco la Archambault, che fa leva proprio su questa imprevedibilità da parte dei suoi personaggi. Invitandoci ad osservare qualcosa che ai più tra noi è estraneo, stimolandoci quantomeno a capire il perché di certe dinamiche. Senza entrare nel merito scientifico della disabilità (o delle disabilità), la Gabrielle del film omonimo non è una ragazza “assente”, impedita. Quando a un certo punto viene separata da Martin perché scoperti seminudi ma distanti una prima volta, mentre una seconda sono lì a strusciarsi e toccarsi, Gabrielle opera un’associazione che esprime molto più di qualunque episodio o battuta: da quel momento in avanti vuole andare a vivere da sola. Perché? Perché secondo la giovane tutti quelli che vivono da soli stanno con la persona che amano. Tale svolta in realtà è meno zuccherina di quello che sembra; dopo averci infatti mostrato un contesto ovattato, la regista cambia spartito ed asseconda l’ambizione del suo personaggio. È senz’altro questa la fase più irresistibilmente dolce del film, che finalmente sguinzaglia il potenziale insito in questa storia. Una storia romantica non in virtù semplicemente del rapporto tra Gabrielle e Martin, che è parte di un discorso ben più ampio. Il fulcro sta in questo strenuo tentativo, destinato a fallire, di emanciparsi, a fronte di un accorato bisogno di indipendenza, sebbene Gabrielle in primis, per quanto ci provi, non si renda pienamente conto di ciò che tale aspirazione comporta. Qualcuno lamenterà probabilmente un eccessivo smorzamento del potenziale emotivo, ma si tratta per lo più di sensibilità personali; per quanto ci riguarda l’approccio quasi clinico della Archambault, scevro di orpelli solleticanti, è di gran lunga più apprezzabile. Anche a costo di emozionarsi di meno. Tutto si risolve dunque in un ritratto garbato, dove a rari tratti è arduo non cedere ad una certa naiveté ma che al tempo stesso si dimostra capace di sollevare questioni importanti. Il tutto inserito in un contesto dove dominano le interazioni umane, le difficoltà e le incomprensioni di chi si è arreso o di chi ancora si sforza di capire. Ma soprattutto Gabrielle si segnala per la sua capacità di omettere poco o nulla, perché la sua è una storia che non cade sotto alcuna bandiera o dicitura forzata. E chi fosse portato a pensare che le “vittime” siano solo i disabili, dovrà ricredersi; perché al di là di affermazioni edificanti e frasi ad effetto, troppo spesso ci si dimentica di chi è chiamato a prendersi cura di certe persone. Qualora questo film faccia dell’attivismo (ma non lo crediamo), dunque, lo fa in modo sano. Assecondando anzitutto una vocazione, che è quella votata all’osservazione. E quando l’opera è onesta, o pare esserlo, si è già a metà strada dal successo
Antonio Maria Abate, http://www.cineblog.it

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