The tribe

Un film di Myroslav Slaboshpytskiy. Con Grigoriy Fesenko, Yana Novikova, Rosa Babiy, Alexander Dsiadevich, Yaroslav Biletskiy. Titolo originale Plemya. Thriller, Ratings: Kids+13, durata 130 min. – Ucraina, Paesi Bassi 2014. – Officine Ubu

Quando ho saputo di The Tribe e dei premi che stava conquistando nei festival di tutto il mondo ero scettica. Il film, scritto e diretto da Myroslav Slaboshpytskiy, è ambientato in una scuola per non udenti e recitato interamente nella lingua dei segni ucraina. La cosa mi interessava, ma pensavo che il grande riscontro di pubblico e critica avesse più a che fare con la novità rappresentata da un film nella lingua dei segni che non con i suoi meriti. Mi aspettavo di sentir dire le classiche cose su quanto fosse “d’ispirazione” vedere delle persone sorde recitare, come spesso accade quando le persone normali vedono una persona disabile fare qualcosa che considerano “normale.”
Poi ho guardato il film. La trama è semplice—nella scuola arriva un nuovo studente, Sergey (Grigory Fesenko) che si ritrova intrappolato in un’organizzazione criminale gestita sia studenti e insegnanti. Quando Sergey si innamora della ragazza del capo della banda (Yana Novikova) le strutture di potere interne al gruppo crollano e si scatena il caos. Il film è molto esplicito nella rappresentazione del sesso e della violenza—tanto che, per la prima volta, ho avuto la nausea guardando un film.
A livello cinematografico, Slaboshpytskiy usa il grandangolo, riprende spesso i personaggi di spalle o da lontano, evidenziando l’isolamento e l’esclusione dal gruppo sia di Sergey che dello spettatore. E nulla fa accrescere questa sensazione più del guardare il film senza sottotitoli—perché non sono disponibili né i sottotitoli né il doppiaggio. Mentre la trama si sviluppa, da quest’esperienza di visione scaturisce una certa tensione. Le persone in sala, che assistono ai dialoghi nella lingua dei segni ma non sono in grado di comprenderla, devono adattarsi e cercare di dare un senso alle espressioni facciali e al linguaggio del corpo, ottenendo così un piccolo assaggio di cosa vuol dire essere una persona sorda.
Mentre Tribes, lo spettacolo sulla sordità di Nina Raine, è pensato e realizzato per spettatori che sordi non sono, con dialoghi nella lingua dei segni proiettati sul palco e un elemento sonoro che è stato definito dal New York Times “cruciale” per l’impatto emotivo dell’opera, The Tribe è stato fatto per non essere compreso da nessuno. Il linguaggio dei segni non è universale, il numero di persone che conoscono la lingua dei segni ucraina è molto piccolo, e il film è girato in modo tale che nemmeno le persone in grado di capirlo riuscirebbero a cogliere determinate sfumature di quello che viene detto.
Da persona sorda, all’inizio ho trovato il film piuttosto difficile—era strano guardare persone comunicare nel linguaggio dei segni e non riuscire a capire cosa si dicevano. Ed è interessante notare come alcuni critici—non sordi—sembrino convinti di aver capito perfettamente la trama del film. Anche se, sì, sono riuscita a seguire la storia e i rapporti tra i personaggi, non me la sento di affermare di aver capito tutto, visto che mi mancano i dialoghi. Chi non è sordo e la pensa così, credo lo faccia perché la lingua dei segni consta anche di una serie di espressioni facciali e di movimenti del corpo che spesso sono molto simili alle reazioni naturali a determinate emozioni o concetti. Oppure lo fa per presunzione—perché non penso che direbbero lo stesso vedendo un film in una lingua che non conoscono, senza sottotitoli.
In alcune interviste, Slaboshpytskiy ha detto che il film è un omaggio ai vecchi film muti. Ma The Tribe non è un muto—o almeno non come quelli di Chaplin. I personaggi parlano una lingua vera e propria; solo che Slaboshpytskiy e la maggior parte dei suoi spettatori non sono in grado di capirla.
Per quanto mi riguarda, il motivo per cui questo film è particolare è che in esso le persone sorde sono prima di tutto persone. A differenza delle produzioni hollywoodiane sul tema, qui gli attori sono tutti davvero sordi, e interpretano personaggi che sono perfettamente integrati all’interno della società, anche se si tratta di una società particolare. Non ci sono scene motivazionali. La natura esplicita del film mostra agli spettatori il lato umano dei non udenti, ma anche i loro aspetti più crudi e carnali—le cose in cui sono uguali agli spettatori che sordi non sono. Ho incontrato a Brooklyn la protagonista di The Tribe, Yana Novikova, in una breve pausa del suo tour promozionale negli Stati Uniti. Anche durante il nostro incontro la sensazione di isolamento e di esclusione è stata molto forte—abbiamo comunicato tramite Maleni Chaitoo, un’interprete sorda che conosce sia il linguaggio dei segni americano che il linguaggio dei segni internazionale, un linguaggio artificiale simile all’esperanto. Tutte e tre, provenienti da diverse esperienze e da diversi contesti, ci siamo trovate unite nel silenzio. (…)
Sara Nović, http://www.vice.com

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