Il figlio di Saul

Un film di László Nemes. Con Géza Röhrig, Levente Molnar, Urs Rechn, Todd Charmont, Sandor Zsoter. continua» Titolo originale Saul Fia. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 107 min. – Ungheria 2015. – Teodora

Si può mettere in scena Auschwitz? Si può dare forma estetica alla Shoah? Bisogna affidarsi alla parola, all’astrazione, e mantenere un’austerità assoluta, come ammoniscono filosofi (Adorno) e documentaristi (Lanzmann)? Oppure divulgare, far piangere e far ridere a fin di bene, secondo la linea che va dallo sceneggiato Holocaust a Benigni?
Sorpresa dell’ultimo festival di Cannes, favorito agli Oscar come miglior film straniero, l’opera prima di Laszlo Nemes, trentottenne ungherese, rilancia su un piano altissimo uno dei grandi dilemmi etici ed estetici contemporanei, inventandosi un dispositivo rigoroso. Il protagonista del suo film è un membro del Sonderkommando, aiuta i nazisti nei compiti più abietti: accompagnare gli altri prigionieri nelle camere a gas, portare i cadaveri nei forni. Ed è sempre al centro della scena, a fuoco, mentre negli angoli dell’inquadratura l’orrore è appena intravisto, sullo sfondo, non a fuoco o fuori campo. La radicalità di questa scelta visiva si sovrappone a una struttura quasi da fiaba. Il protagonista decide di compire un gesto gratuito, folle: dare sepoltura al corpo di un bambino, che lui dice essere suo figlio. Da qui cominciano una serie di tappe alla ricerca di un rabbino che possa recitare il Kaddish funebre.
Il film è girato in pellicola, con un unico obiettivo e con un formato quadrato. Un apparato di scelte estetiche funzionali alla creazione di un punto di vista che coincide con quello di un agente-osservatore, ma che in parte sembra avere lo stesso valore di gesto, simbolico, apotropaico, del protagonista che sfida ogni pericolo per seppellire un unico corpo. Così dichiara Nemes ad Antoine de Baecque: “Era il solo modo di preservare una instabilità nelle immagini e quindi di filmare in modo organico questo mondo. La posta in gioco era toccare le emozioni dello spettatore – cosa che il digitale non permette. Tutto ciò implicava una luce il più semplice possibile, diffusa, e rendeva necessario filmare con lo stesso obiettivo, un 40 mm, con un formato ristretto, e non il formato panoramico che amplia lo sguardo, e sempre all’altezza del personaggio, intorno a lui”.
Alle spalle di Nemes c’è anche la lezione di Bela Tarr, con cui il regista ha collaborato. L’autore di Satantango, artefice di straordinarie esplorazioni sulla temporalità cinematografica, di visioni apocalittiche dell’umanità mostrate attraverso autentici tour de force della temporalità cinematografica. Al fondo del cinema di Tarr, infatti, c’è una paradossale fiducia nell’occhio della macchina da presa, nella forza che questa ha, a partire da un grado zero dell’umanità e della storia, di reinventarle liricamente, guidando l’occhio dello spettatore con sinuosi movimenti di macchina, con musiche che cadenzano la danza macabra dei personaggi in una paradossale nerissima bellezza […].
Dunque, nel film il progetto estetico è perseguito fino in fondo. Ogni scelta estetica è ponderata e motivata: l’uso della pellicola, del formato quadrato, del suono, dei piani-sequenza, dell’impassibilità del protagonista, delle sue semi-soggettive.
Davanti allo schermo, in effetti, si resta infine angosciati ma anche un po’ sconcertati. Le insidie rientrano dalla finestra, nonostante la serietà dell’impegno. Nemes da un lato dialoga con una serie di interpretazioni e con un immaginario, li presuppone per glossarli o schivarli; ogni immagine di muove in un terreno minato di errori possibili, e si propone come modello estetico in maniera iper-consapevole, o addirittura letteralmente manierista. Dall’altro, punta a ricreare un’esperienza, a inghiottire lo spettatore nell’esplorazione di uno spazio e in un percorso a ostacoli. L’esito paradossale è che questa strategia immersiva risulta non troppo diversa dalle attrazioni del 3d, o addirittura da certi videogiochi di ruolo che ci permettono di rivivere iper-realisticamente un mondo. E dunque, proprio mentre si rivela involontariamente modernissimo, ripropone, traslati e amplificati, i dilemmi etici che forse sperava di risolvere. […]
Emiliano Morreale, http://www.leparoleelecose.it

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