Frantz

Un film di François Ozon. Con Pierre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner, Marie Gruber, Johann von Bülow. Titolo originale Frantz. Drammatico, Ratings: Kids+13, b/n durata 113 min. – Francia 2016. – Academy Two

Caldo e freddo, poetico e analitico, classico e sperimentale, in bianco e nero e a colori, rivisitazione del passato e commento suggerito del presente, Frantz di François Ozon è un film che lavora sulla citazione e la rivisitazione ma che poi (re)inventa, che sembra giocare mentre invece vuol essere grave. Al contrario del cinema postmoderno, che del resto comprende molti titoli dello stesso Ozon.
Alla base di questo film profondo e complesso c’è il libro pacifista L’homme que j’ai tué (1925) del poeta, scrittore e drammaturgo Maurice Rostand, trasformato poi dall’autore in una pièce ricca di riferimenti alla sua vita gay, che all’epoca fece scalpore per il suo pacifismo. Rostand era amico del poliedrico artista omosessuale Jean Cocteau che, riformato, partecipò alla prima guerra mondiale come autista volontario di ambulanze. Partendo dal lavoro di Rostand, Ozon, cineasta che non fa certo mistero della propria omosessualità, è arrivato al melodramma del 1932 di Ernst Lubitsch L’uomo che ho ucciso. E Frantz è presentato come un (libero) adattamento proprio di quest’ultimo. (…)
Ozon realizza un’opera che pare classica mentre invece è un film molto visivo in senso moderno: la dimensione visuale incide anche sulla colonna sonora, dai dialoghi ai suoni stessi, passando per le musiche (composte al piano da Philippe Rombi). (…)
In ogni caso Ozon riesce a evocare qualcosa di fortemente inquieto che sembra provenire dalle fronde che avvolgono i vecchi cimiteri: si respira l’oltretomba, quello figlio di Poe o della poesia dei Rimbaud, dei Baudelaire o dei Verlaine, piuttosto che dell’horror di oggi, ridotto a cinema-giocattolo. L’oltretomba di Ozon ha il suo momento chiave in quella sequenza al cimitero di notte dove si recita Chanson d’automne, celebre poesia di Paul Verlaine usata anche da Radio Londra come messaggio codificato per lo sbarco in Normandia: splendido momento di cinema dove si respira in tutta la sua forza il freddo della morte di un’intera generazione, un freddo che vale ieri come oggi. (…)
Ma questa bolla lugubre di ombre nere viene squarciata da lampi improvvisi di colore. Procedimento bellissimo e privo di ogni meccanicità: qual è il loro senso? In un’occasione, quando è usato nel (falso) ricordo dell’incontro al Louvre tra Adrien e Franz. Il colore è riservato ai ricordi presunti? Quando di fronte ad Anna e Adrien si schiude un magnifico e romantico paesaggio il colore si sprigiona come una primavera. Qualcosa sembra passare tra i due. Sembra di vedere un quadro alla Caspar Friedrich: “La mia sola ferita è Franz”, dice però Adrien. E il colore si dissolve, come un incantesimo che si volatilizza. Qui si può pensare che il colore esprima il potenziale nascosto di una situazione. In un’altra sequenza a colori, Adrien confessa di aver ucciso Franz. Ed ecco un ricordo veritiero.
I colori che fioriscono e appassiscono con velocità rapsodica, surrettiziamente, indicano l’empatia profonda degli esseri umani con le diverse situazioni: non importa se vere o false, se si tratti di realtà potenziale o realtà tragica. La coerenza con la visione di Ozon è perfetta. Se mai esiste una verità questa risiede nella parte più profonda della nostra vita interiore. (…)
Frantz è un film sulle bolle illusorie. Quelle che creiamo per proteggerci o per meglio ingannare gli altri. Quelle dell’arte, altro tema portante del film. La differenza è che queste ultime, espressione dell’interiorità, contengono una verità inseparabile dall’illusione apparente, concetto che rovescia quanto praticato dai protagonisti. Lo capisce alla fine solo Anna, rimasta sola, ma con la schiena dritta, al contrario di Adrien, che per sempre resterà vigliacco: in guerra, poi, sul punto della redenzione, con la famiglia di Franz, infine con Anna. Lei perdona, lui ringrazia, abbandonandola nel vuoto, perfetta rappresentazione della spietatezza del vigliacco. (…)
I ricordi falsi cominciano con l’arte. La realtà (che un giorno sarà un ricordo vero), espressione di speranza, si conclude con l’arte: Anna va al Louvre a vedere il quadro di Manet Le suicidé, spesso citato, a volte con discrezione, lungo il film. “Questo quadro mi dà voglia di vivere”, dice. E torna il colore.
Francesco Boille, http://www.internazionale.it

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