Lolo – Giù le mani da mia madre

Un film di Julie Delpy. Con Julie Delpy, Dany Boon, Vincent Lacoste, Karin Viard, Georges Corraface. Titolo originale Lolo. Commedia, Ratings: Kids+13, durata 99 min. – Francia 2015. – M2 Pictures

Tutta la vicenda di Lolo, sesto film da regista per Julie Delpy, presentato lo scorso anno alle Giornate degli autori di Venezia, ruota intorno al più classico dei temi psicoanalitici: il complesso di Edipo. Nel film, infatti, un figlio di nome Lolo, interpretato da un talentuoso quanto scapigliato Vincente Lacorde, archetipo del parigino viziato, pseudo-creativo e bohémien, fa di tutto per evitare che la madre quarantacinquenne Violette, donna in carriera nel mondo della moda interpretata dalla stessa Delpy, trovi un compagno.
La molla narrativa è rappresentata dall’incontro fra Violette e Jean-René (Dany Boom), un informatico sempliciotto fresco di divorzio, durante un soggiorno nel sud della Francia. Tra i due scatta subito la scintilla, ma Lolo farà di tutto per impedire che divampi un incendio inventandosi ogni sorta di scherzo, dalla polvere urticante nei vestiti fino alle pillole nel cocktail durante uno chiccosissimo party nella metro parigina, con Karl Lagerfeld come guest star. Burle che faranno perdere al povero Jean-Renè ogni senso della misura rendendolo inappetibile agli occhi di Violette.
Il film sembra appartenere pienamente al genere della commedia, cullando lo spettatore con dialoghi tanto divertenti quanto irriverenti, in cui, cosa rara per la commedia al femminile, talvolta si ironizza in maniera elegantemente sboccata sulle mestruazione e sulle idiosincrasie sessuali over 40.
In tal senso, il ritmo di Lolo è molto americano e riconducibile al classico schema azione-reazione. La stessa Delpy ha dichiarato di essersi rifatta alle commedie di Blake Edwards, anche se come regista e sceneggiatrice (in collaborazione con Eugénie Grandval) del suo film sa preservare un linguaggio molto francese, crudo al limite del volgare, che si era già notato nel delizioso 2 giorni a Parigi (2007).
A infiocchettare il film, infine, contribuiscono anche la scelta di costumi molto anni ’50, con le immancabili magliette a righe che fanno tanto stile parigino e dipingono un’estetica leggera e trasognante, e la poeticità di una fotografia che s’insinua nel ritmo del racconto dandogli un tocco da cinema d’essai. Memorabile, in tal senso, la scena in cui, durante la colazione mattutina, madre e figlio sono in cucina e gli occhi di Lolo si soffermano sulle uova alla coque poste in posizione perfettamente simmetrica a immagine del seno materno…
Giada Biaggi http://www.cineforum.it

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