Tre volti

Regia di Jafar Panahi. Con Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Delaram. Genere Drammatico – Iran, 2018, durata 102 minuti. Distribuito da Cinema. Consigli per la visione di bambini e ragazzi 13+

In un celebre saggio sull’episodio fiorentino di Paisà, il critico francese André Bazin paragona lo stile di Rossellini a quello di un uomo che, sgomitando per farsi largo tra una folla, incontra in modo fugace una serie di volti che nulla hanno a che vedere con la sua destinazione. Immagine folgorante, che spiega bene anche buona parte del cinema iraniano, il suo apparente amore per la parentesi, la digressione dal corso principale della narrazione, che alla fine si rivela invece essere il cuore del film. In conclusione, quasi senza che lo spettatore se ne sia accorto, il margine si è fatto centro, le note a pie’ di pagina diventano il testo. Il film di Panahi obbedisce alla regola in modo esemplare: un evento misterioso da risolvere – una ragazza spedisce ad un’attrice famosa un video amatoriale nel quale prima si lamenta del fatto che la famiglia le impedisce di seguire la carriera di attrice, poi mette la testa in un cappio di corda e pare impiccarsi – due personaggi che provano a risolverlo. L’attrice, sconvolta dalla visione del video, chiede allo stesso Panahi di accompagnarla in auto al villaggio natale della ragazza, per capire se ha fatto sul serio o se invece il suo è solo un macabro scherzo.
Ma il mistero della ragazza presunta suicida serve semplicemente a catturare l’attenzione dello spettatore, a tenerlo sveglio e vigile a mano a mano che l’auto dei due si inerpica su per i polverosi tornanti che conducono al villaggio. Dove l’attrice e il regista, per tornare a Bazin, sgomitano: ovvero entrano in contatto con la popolazione locale in un repertorio di incontri fugaci ed estemporanei, tanti piccoli tasselli di un mondo che gradualmente prende corpo e si mette a fuoco. Arretrato per necessità e per scelta, aggrappato a tradizioni che la modernità si mangia con allarmante disinvoltura (in questo villaggio ci sono più antenne paraboliche che medici, si lamenta un anziano), restio all’emancipazione femminile quando si tratta delle donne del posto ma al contempo sensibile alla notorietà dell’attrice, apprezzata interprete di una serie televisiva che nel villaggio sembrano conoscere tutti.
Un mondo complesso e frastagliato, che Panahi racconta senza darlo a vedere, un dettaglio alla volta, senza fretta e soprattutto senza pregiudizi ideologici. Trovando alla fine, ciliegina sulla torta di un film miracolosamente lieve a dispetto degli argomenti affrontati, un epilogo che condensa in chiave visiva e lirica la complessità delle questioni affrontate. Un minuto di ripresa fissa che spazza via, per trasparenza e intensità, tonnellate di discorsi sulla parità di genere. Signore e signori, ecco a voi l’impietosa (per le altre arti) e meravigliosa eloquenza del cinema.
(Leonardo Gandini per http://www.cineforum.it)

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