Fitzcarraldo

Regia di Werner Herzog
Genere Avventura
Germania, 1981, durata 158 minuti
Interpreti Klaus Kinski, Claudia Cardinale, José Lewgoy, Peter Berling, Salvador Godínez, Miguelangel Fuentes

Brian Sweene Fitzgerald, detto Fitzcarraldo, è un curioso personaggio che ha le sembianze allucinate di Klaus Kinski: vive nella foresta amazzonica, dove sogna di costruire il più grande teatro d’opera del mondo e di farlo inaugurare addirittura da Caruso. Dopo essere stato scambiato per un Dio dagli indios della foresta, il nostro folle eroe riuscirà a realizzare almeno in parte il suo sogno, portando in Amazzonia un gruppo di musicisti e di cantanti d’opera. Werner Herzog è capace di compiere azioni inaudite in nome di una sua concezione titanica e assoluta del cinema. Fra le sue imprese più incredibili c’è proprio Fitzcarraldo la cui vicenda è emblematica del cinema di questo autore. Fitzcarraldo è un film caotico e poco compatto, un film in cui ci sono ingenuità clamorose e cadute di tono seccanti. Ma è un film che riesce ad allargare i confini del visibile, una specie di viaggio lungo i confini del cinema. Un film d’amore e di follia. Un film assurdo che ha un metodo e una logica rigorosa. Quando, dopo avere tanto sofferto con Kinski e con Herzog, vediamo entrare in porto la nave di Brian Sweeny Fitzgerald, con le note di Bellini sparate a tutto volume da un grammofono, perdente di fronte alla tirannia del capitale, vincitore nell’ottica degli uomini e del destino, ogni resistenza cade e gli occhi si riempiono di gratitudine

Agli inizi del Novecento l’eccentrico Brian Sweeney Fitzgerald, barone irlandese del caucciù, vuole costruire a Iquitos, nel cuore dell’Amazzonia peruviana, il più grande teatro d’opera di tutti i tempi per farci cantare Enrico Caruso. Costato 8 miliardi (più tutti gli averi del regista, due morti, parecchi feriti e tre anni di lavorazione) questo film, frutto di un’operazione un po’ folle, è paradossalmente il più ordinato e accademico del più sregolato autore del nuovo cinema tedesco. Narrato a ritmo lasco col tran tran di uno sceneggiato TV, ha un solo personaggio vivo: il battello il cui assurdo ed epico trasporto attraverso il colle occupa 45 minuti. I momenti d’incanto e le sequenze visionarie, comunque, non mancano. Si apre e si chiude con un frammento delle 2 opere ottocentesche che hanno per protagonista Elvira: Ernani (1844) di G. Verdi e I puritani (1835) di V. Bellini. Esiste sulla romanzesca lavorazione del film un bel documentario di Les Blank, Burden of Dreams (1982), che, secondo alcuni, è persino più affascinante del film. (Il Morandini, dizionario dei film)

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