Nido di vipere

Regia di Kim Yong-Hoon. Un film con Jeon Do-yeon, Woo-sung Jung, Yuh Jung Youn, Seong-woo Bae, Hyeon-bin Shin. Titolo originale: Beasts Clawing At Straws. Genere Drammatico, – Corea del sud, 2020, durata 109 minuti. Distribuito da Officine Ubu.

Nel cinema sudcoreano le città balneari nascondono sempre un lato oscuro, una materia putrescente che monta e cresce sotto il loro stesso aspetto da cartolina. Le splendidi superfici marine stagliate sugli sfondi di skyline urbani dischiudono in sé un’interiorità stratificata, che occulta nel suo grembo le tracce di una realtà sporca, dalla corruzione interna tanto indelebile quanto sistemica. Così come in Tomb of the River Gangneung è il luogo metaforico delle proibizioni, e insieme delle fantasie di rivalsa dei suoi abitanti, in Nido di vipere – Beasts Clawing at Straws la città portuale di Pyeongtaek è immagine e specchio delle pulsioni più oscure e recondite dei cittadini locali, immersi come sono in uno spazio urbano che rifiuta ogni loro desiderio di autodeterminazione.

Sin dall’inizio allora tutti i personaggi si muovono in un orizzonte fatalistico, sotto il segno di un destino tragico a cui sono inesorabilmente ancorati. E come pedine di uno scacchiere già completo in partenza, ogni loro azione è un passo in più verso la disfatta, ogni gesto un tassello in più in direzione dell’imminente sconfitta. In vista di un intreccio drammatico di cui i protagonisti sono al tempo stesso vittime e responsabili. Non è un caso allora che la prima inquadratura del film sia dedicata ad una borsa piena di denaro sporco, ovvero a quel mezzo demiurgico che metterà in moto le vite dei personaggi, segnandone i percorsi sotto il principio dell’ineluttabilità tragica.

Perché in Nido di vipere – Beasts Clawing at Straws nessuno può veramente opporsi al richiamo supremo del contante, strumento immaginario in cui confluiscono tutte le proiezioni di potere/controllo/benessere dei singoli protagonisti. Non lo fa il povero inserviente Joong-man (Bae Sung-woo) quando preleva di nascosto il fantomatico borsone dalla sauna in cui lavora; o la mefistofelica Yeon-hee (Jeon Do-yeon) nella sua parabola di sangue e tradimenti, né tanto meno il doganiere corrotto Tae-young (Jung Woo-sung), disposto a incastrare i suoi affetti più intimi pur di liberarsi dal giogo del malavitoso Park, e ripagare il debito che lo sta soffocando.

E come (micro)pezzi di un mosaico più grande, i personaggi di Nido di vipere – Beasts Clawing at Straws diventano sempre più oggetto di una uniformità esperienziale, sulla base di una reciprocità relazionale suggerita sia in termini narrativi che iconografici. Sulla scia di The Unjust, il debuttante Kim Yong-hoon fa coesistere così più mondi, dalla cornice criminale a quella istituzionale fino al contesto civile, ritrovando nelle zone di contatto i sintomi di una sensibilità propriamente umanista, che nel suo dispiegarsi lega le parabole dei personaggi attorno ad uno stesso universo di sogni, speranze e infine, illusioni. E lo fa con una precisione poetica spiazzante, quasi chirurgica, forse fin troppo controllata nella sua configurazione ad incastro. Al punto che il film arriva ad inglobare i codici (e le strutture) più convenzionali del thriller coreano, per farli poi esplodere in una intensa rete di connessioni, sensi e figure, che ancorano i loro significati alla realtà di un ambiente profondamente (dis)umano. In cui alle vipere è concesso solo qualche fragile desiderio di libertà.

Daniele D’Orsi (Sentieriselvaggi.it)

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