Lucky

febbraio 6, 2019

Regia di John Carroll Lynch. Con Harry Dean Stanton, David Lynch, Ron Livingston, Ed Begley Jr., Tom Skerritt. Titolo originale: Lucky. Genere Drammatico – USA, 2017, durata 88 minuti. Distribuito da Wanted. Consigli per la visione di bambini e ragazzi 13+

L’uomo, l’animale e la natura. Il vecchio, la testuggine e il cactus. Sono tre i fulcri attorno ai quali girano Lucky e la sua riflessione sulle conseguenze della fortuna di vivere, o meglio, di sopravvivere. L’uomo è Lucky, il protagonista. Un novantenne abitudinario, lento, impacciato, che vive da solo e tutti i giorni ripete sempre la stessa routine, incontra gli stessi amici, beve lo stesso drink e pronuncia le stesse battute. Un personaggio ambiguo; ambiguità chiara già dalla sua presentazione che, attraverso un utilizzo costante di dettagli, non lascia spazio a una visione chiara e definita del protagonista, ma a una prima presentazione elusiva. Lucky fuma, beve e cammina sotto il sole, ma non sembra avere nessun problema fisico o di salute. Lucky sostiene che il realismo esista, ma anche che «…ciò che tu vedi, non è lo stesso per me…». Lucky è un uomo stabile che, pur nella sua ambiguità, rimane in equilibrio. Fino a una caduta (metaforica e non) che mette in discussione tutto ciò che lo ha tenuto in piedi fino a quel momento. La paura lo investe di dubbi, la solitudine che tanto lo ha accompagnato comincia a soffocarlo, la morte potrebbe sopraggiungere in qualsiasi momento.
Qualcosa scompare, un vuoto deve essere colmato. Una testuggine domestica di nome Roosevelt scappa, lasciando un enorme senso di solitudine nel suo proprietario, miglior amico di Lucky. L’animale può colmare il vuoto, l’amicizia – anche quella tra uomini – può essere essenziale per l’anima. Lucky è circondato di amici e conoscenti ma a un certo punto sembrano non bastare. Forse acquistare un animale potrebbe colmare quel vuoto: ma neanche le cavallette sembrano riuscirci.
La natura, infine, è il cactus, tra le poche forme di vita vegetali che possono sopravvivere in un ambiente così ostile come il posto in cui vive Lucky, la provincia desertica americana del Southwestern. Ambiente secco, caldo, silenzioso, abbandonato a se stesso. Una “provincia in pensione”, che beve e romanza aneddoti del passato. Nonni ed ex-militari che vivono lentamente e vanno avanti, guardando al passato più che al futuro.
Lucky, la testuggine e il cactus sono tre esseri vecchi e longevi. Tre esseri ricchi di passato ma incerti sul futuro (sui quali gli avvocati vorrebbero mettere le mani). Il futuro è il destino dubbioso, è proprio quel vuoto che va colmato e affrontato. Forse, più che andare incontro a quell’uscita di sicurezza rossa e oscura, bisognerebbe accettare «la verità dell’universo»: tutto scomparirà, il nero abisso inghiottirà ogni cosa. Rinunciare all’animale, lasciarlo andare, accettare il destino e sorridere.
Nel finale, accompagnato da un semplice accompagnamento musicale – un’armonica di serena malinconia, suono della solitudine di provincia – Lucky si trova insieme al cactus e alla tartaruga sotto il grande sole caldo che li ha sempre seguiti. Forse, qualche risposta alle tante domande, il protagonista l’ha trovata. Qualcosa tutti abbiamo capito e Harry Dean Stanton, non più Lucky, ci guarda e ci sorride, prima di scomparire, come la tartaruga, verso il suo destino.
Lucky, come il suo protagonista, è un film semplice, leggero nell’estetica e nella forma. Una storia carica di contenuto e di domande e segnata da uno stile sospeso fra Jarmusch, Lynch (che interpreta un breve, simpatico ruolo) e non da ultimi i Coen, per i quali John Carroll Lynch, regista all’esordio, è stato attore in Fargo (era il mite marito della poliziotta Marge). La macchina da presa si sofferma principalmente sulla performance attoriale di Harry Dean Stanton, il cui corpo viene indagato, sviscerato, sezionato in tutta la sua scheletrica evidenza.
(Alberto Savi per http://www.cineforum.it)

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Tre volti

febbraio 6, 2019

Regia di Jafar Panahi. Con Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Delaram. Genere Drammatico – Iran, 2018, durata 102 minuti. Distribuito da Cinema. Consigli per la visione di bambini e ragazzi 13+

In un celebre saggio sull’episodio fiorentino di Paisà, il critico francese André Bazin paragona lo stile di Rossellini a quello di un uomo che, sgomitando per farsi largo tra una folla, incontra in modo fugace una serie di volti che nulla hanno a che vedere con la sua destinazione. Immagine folgorante, che spiega bene anche buona parte del cinema iraniano, il suo apparente amore per la parentesi, la digressione dal corso principale della narrazione, che alla fine si rivela invece essere il cuore del film. In conclusione, quasi senza che lo spettatore se ne sia accorto, il margine si è fatto centro, le note a pie’ di pagina diventano il testo. Il film di Panahi obbedisce alla regola in modo esemplare: un evento misterioso da risolvere – una ragazza spedisce ad un’attrice famosa un video amatoriale nel quale prima si lamenta del fatto che la famiglia le impedisce di seguire la carriera di attrice, poi mette la testa in un cappio di corda e pare impiccarsi – due personaggi che provano a risolverlo. L’attrice, sconvolta dalla visione del video, chiede allo stesso Panahi di accompagnarla in auto al villaggio natale della ragazza, per capire se ha fatto sul serio o se invece il suo è solo un macabro scherzo.
Ma il mistero della ragazza presunta suicida serve semplicemente a catturare l’attenzione dello spettatore, a tenerlo sveglio e vigile a mano a mano che l’auto dei due si inerpica su per i polverosi tornanti che conducono al villaggio. Dove l’attrice e il regista, per tornare a Bazin, sgomitano: ovvero entrano in contatto con la popolazione locale in un repertorio di incontri fugaci ed estemporanei, tanti piccoli tasselli di un mondo che gradualmente prende corpo e si mette a fuoco. Arretrato per necessità e per scelta, aggrappato a tradizioni che la modernità si mangia con allarmante disinvoltura (in questo villaggio ci sono più antenne paraboliche che medici, si lamenta un anziano), restio all’emancipazione femminile quando si tratta delle donne del posto ma al contempo sensibile alla notorietà dell’attrice, apprezzata interprete di una serie televisiva che nel villaggio sembrano conoscere tutti.
Un mondo complesso e frastagliato, che Panahi racconta senza darlo a vedere, un dettaglio alla volta, senza fretta e soprattutto senza pregiudizi ideologici. Trovando alla fine, ciliegina sulla torta di un film miracolosamente lieve a dispetto degli argomenti affrontati, un epilogo che condensa in chiave visiva e lirica la complessità delle questioni affrontate. Un minuto di ripresa fissa che spazza via, per trasparenza e intensità, tonnellate di discorsi sulla parità di genere. Signore e signori, ecco a voi l’impietosa (per le altre arti) e meravigliosa eloquenza del cinema.
(Leonardo Gandini per http://www.cineforum.it)


Old man & the gun

febbraio 6, 2019

Regia di David Lowery. Con Robert Redford, Casey Affleck, Danny Glover, Tika Sumpter, Isiah Whitlock jr. Titolo originale: The Old Man & the Gun. Genere Commedia, Drammatico – USA, 2018, durata 93 minuti. Distribuito da Bim Distribuzione. Consigli per la visione di bambini e ragazzi 13+

La prima cosa che si percepisce, guardando Old Man & the Gun, è un profondo senso di nostalgia per qualcosa che c’era e che ora non esiste più: il tempo. O forse, più che per il tempo in sé, per l’idea di avere a disposizione il tempo di vivere la vita con il ritmo giusto.
La storia è quella vera (e tratta da un articolo di David Grann comparso sul New Yorker) di Forrest Tucker, un uomo che ha rapinato banche per tutta la vita, che è evaso nei modi più assurdi da ogni tipo di carcere e che fino alla fine ha sempre fatto ciò che amava fare. Ogni colpo lo effettuava col sorriso, con la calma assoluta di chi è compiaciuto con se stesso per la bellezza del proprio gesto, di chi ci mette il cuore in quel che fa, senza accettare compromessi. Non ci sono quindi scene d’azione o inseguimenti adrenalinici in Old Man & the Gun; non ci sono azioni violente, morti o tradimenti. Non c’è nessuna fretta, nessuna ossessione: Forrest Tucker sembra vivere costantemente fuori dal tempo, circondato da quell’aria mitica di chi sa già come andranno le cose.
Il film di David Lowery è quindi un elogio romantico alla lentezza di un mondo ancora incontaminato dalla tecnologia (siamo negli anni Settanta, e la forma stessa del film lo mostra chiaramente), in cui i poliziotti potevano prendersi tutto il tempo necessario per studiare e inseguire i rapinatori, e i rapinatori potevano concedersi di rallentare l’auto in corsa, accostare, e prendere un caffè con un’affascinante signora incontrata a bordo strada. Uomini tutti d’un pezzo, volti e personaggi d’altri tempi, che prima di ogni altra cosa provano ad esaudire i propri sogni e a vivere pienamente per quello in cui credono.
Una nostalgia tangibile per una certa idea di mondo che, attraverso l’uso del 16mm, di un particolare tipo di colonna sonora dal sapore rétro (The Kinks, Scott Walker, Nancy Sinatra, Curtis Mayfield, Patti Page…) e di attori come Robert Redford e Sissy Spacek, diventa un discorso non solo attorno alla dimensione umana, ma anche sul cinema del passato, in cui l’ammirazione nei confronti delle storie e dei miti della New Hollywood riaffiora in ogni istante.
Purtroppo Old Man & the Gun non riesce mai ad andare oltre questo suo aspetto. Il rimpianto per un tempo, per un ritmo di vita e per una dimensione più umana delle situazioni sono raccontati da Lowery con assoluta precisione e convinzione: ma al momento dei titoli di coda la malinconia che permea il film svanisca all’istante. Come se il regista non fosse riuscito a trovare una motivazione che rendesse il suo film qualcosa in più di un semplice esercizio di stile, un omaggio a un mondo perduto o, in definitiva, dal momento che secondo le dichiarazioni dello stesso Redford questo dovrebbe essere il suo ultimo film da attore, il resoconto di una straordinaria carriera.
(Francesco Ruzzier per http://www.cineforum.it)


La donna elettrica

febbraio 6, 2019

Regia di Benedikt Erlingsson. Con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson, Davíð Þór Jónsson, Magnu´s Trygvason Eliasen, O´mar Guðjo´nsson. Titolo originale: Kona fer í stríð. Genere Commedia, Drammatico, Thriller – Francia, Islanda, Ucraina, 2018, durata 101 minuti. Distribuito da Teodora Film.

Nelle Highlands islandesi, una donna lotta contro il capitalismo. Halla è una semplice direttrice di un coro di paese che nel tempo libero si occupa di sabotare, con arco e frecce, i fili elettrici dell’enorme fabbrica di alluminio appartenente alla Corporation che, a suo parere, sta distruggendo la nazione. Una donna libera (ma ricercata), in guerra contro i potenti, contro lo Stato, contro l’evoluzione cieca e cinica. Un atto di resistenza ambientalista, il suo, che diventa una bomba mediatica. Un manifesto, lanciato dai tetti della città, firmato “la donna elettrica”.
Qui la natura è ciò che va salvaguardato e ciò che allo stesso tempo salvaguarda Halla, che sfrutta ripetutamente cespugli, animali e zolle di terra per nascondersi dagli insistenti inseguimenti della polizia. Prati, vallate e montagne danno colore al film così come al mondo stesso. Il verde dell’erba che si confonde al blu del cielo, contribuisce a restituire una fotografia fredda e naturale, radicata nell’Islanda che non vuole scendere a compromessi con il grigio delle industrie e delle città.
Come nel suo primo Storie di cavalli e di uomini, Benedikt Erlingsson ripropone una regia dinamica, caratterizzata da inquadrature fisse eleganti, alternate a steadycam e riprese aeree con le quali rincorre la protagonista e osserva, forse troppo didascalicamente, il panorama.
Anche se questa “guerra” pare essere una lotta alla “Davide contro Golia”, la protagonista, per quanto piccola, non è mai sola. La colonna sonora, fatta di suoni tipicamente nord europei, per quanto illustratrice, si scopre non essere extra-diegetica, ma realizzata in campo da tre strumentisti e tre coriste. Musicisti che, non senza una buona dose di ironia grottesca, accompagnano Halla nei suoi, solitari, sabotaggi. Questi sembrano non esserci ma ci sono, così come la sorella che, esteticamente identica a lei ma nello stesso tempo diversa, mette in scena un binomio fatto di morali condivise ma metodologicamente opposte. Due approcci differenti alla lotta per la giustizia: da un lato la sorella prega e medita, sostenendo di essere “la goccia che scava la pietra”, dall’altro Halla lotta concretamente provocando danni tramite i quali, crede, possa veramente cambiare il mondo.
I suoi “maestri”, altrettanto sabotatori, sono Gandhi e Mandela. Di quest’ultimo indossa una maschera in una sequenza chiave, dove con arco e freccia abbatte un drone (simbolo del capitalismo tecnologicamente più evoluto). Successivamente – inquadrata dal basso come la scimmia di 2001: Odissea nello spazio, e con una gestualità molto simile… – fa a pezzi il drone con una roccia. Se dunque la scimmia diventa uomo evoluto, in La donna elettrica l’essere evoluto ritorna “scimmia” attraverso l’utilizzo del sasso (strumento tra i più arcaici) che distrugge il drone (“strumento del futuro”).
In tutta questa ideologia, Halla, non ha un tornaconto personale ma un obiettivo dedicato al futuro, o meglio, alle future generazioni. Questa lotta vive una svolta centrale, annunciata da una telefonata: una sua vecchia richiesta di adozione è stata approvata. Le generiche e anonime “future generazioni” prendono la forma di una bambina ucraina che potrà diventare sua figlia. Tutto aumenta di senso e volontà, anche se in gioco c’è tanto di più.
(Alberto Savi per http://www.cineforum.it)


Poesia senza fine (Poesía sin fin)

giugno 9, 2018

di Alejandro Jodorowsky con Brontis Jodorowsky, Adan Jodorowsky, Pamela Flores,
Jeremias Herskovits, Kaori Ito. Genere:biografico.Produzione:Cile-Francia, 2016. Durata 128 minuti. Consigli per la visione di bambini e ragazzi:+13

Santiago del Cile, al debutto degli anni Cinquanta. Alejandro Jodorowsky ha vent’anni e il desiderio di diventare poeta contro il parere del padre che lo sogna medico, ricco e borghese. Intrappolato nell’ennesima riunione di famiglia, recide (letteralmente) l’albero genealogico e ripara in una comune di artisti avanguardisti per coltivare finalmente il desiderio ardente. Ispirato dai più grandi maestri della moderna letteratura Latino Americana (Enrique Lihn, Stella Díaz, Nicanor Parra) e immerso nella sperimentazione poetica, Alejandro farà la sua rivoluzione culturale.
Con Poesia senza fine, Alejandro Jodorowsky invita lo spettatore al viaggio. Un viaggio introspettivo che pesca ancora una volta nella sua biografia e nel suo universo fantasmatico, dischiudendo la stagione rocambolesca dell’adolescenza e muovendo verso l’età adulta delle prime espressioni artistiche, dei primi turbamenti sentimentali.
Opera immensa, audace e generosa, Poesia senza fine comincia dove si interrompe La danza della realtà, cronaca dell’infanzia cilena dell’autore. Se la madre canta sempre il suo ruolo come in un film di Jacques Demy e il padre, tiranno domestico, vende ancora lingerie umiliando i poveri, a ‘crescere’ è Alejandrito, eroe adolescente, esaltato e scapigliato che chiude coi genitori e abbraccia la carriera di poeta.Jodorowsky prosegue il racconto giocoso e caricaturale della sua esistenza, inventando e reinventando un altro cinema, personale, libero, senza limiti. Un cinema taumaturgico abitato da creature fantastiche che sembrano fuggite dall’immaginario felliniano. Poeti, clown, nani, ballerine e giocolieri scendono in pista per salvare quello che possono con un atto poetico prodigioso. Su tutti dominano Stella Díaz (Pamela Flores), poetessa dai seni opulenti e i capelli rossi, che inizia Alejandrito al sesso e alla bellezza aggrappata a un’erezione senza fine, Enrique Lihn (Leandro Taub) compagno di notti liriche ed alcoliche che interpreta la poesia in azione e prosegue ‘tutto dritto’ fino al mattino, Pequeñita (Julia Avedano), nana che vuole crescere con l’amore. L’incontro del protagonista con gli amici poeti ridefinisce la sua vita e ridimensiona il terrore e l’orrore del quotidiano. Perché per Jodorowsky l’immaginario è nostro amico e aiuta a riconciliarsi col dolore. Il nostro, il suo. E a questo titolo Brontis e Adan Jodorowsky, figli di Alejandro, impersonano nel film i padri e figli in divenire, l’emanazione simbolica (e incarnata) che contiene la soluzione del trauma.
Vero e proprio atto psicomagico, l’autore stana il conflitto e lo scioglie intervenendo fisicamente nel film, prendendo per mano il tormento dei personaggi e gettando una luce sentimentale sull’ombra tumultuosa della sua creazione. Tra fantasmi e realtà, per Jodorowsky nessuna verità può essere enunciata fuori da questa alleanza, l’autore abbraccia il giovane uomo che fu col padre, convertendo in poesia i gesti di violenza e le parole odiose che segnarono il loro congedo. Perché lo scopo della poesia è fare del mondo un posto migliore, anche molto tempo dopo, anche quando è troppo tardi. La poesia è tutto quello che crea, e per estensione quello che ci crea.
Marzia Gandolfi, http://www.mymovies.it


A ciambra

giugno 9, 2018

di Jonas Carpignano con Pio Amato, Koudous Seihon. Genere: drammatico. Produzione:
Italia, Francia, Germania, 2017. Durata: 117 minuti.
Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13

Pio, 14 anni, vive nella piccola comunità Rom denominata A Ciambra in Calabria. Beve, fuma ed è uno dei pochi che siano in relazione con tutte le realtà presenti in zona: gli italiani, gli africani e i suoi consanguinei Rom. Pio segue e ammira il fratello maggiore Cosimo e da lui apprende gli elementi basilari del furto. Quando Cosimo e il padre vengono arrestati tocca a Pio il ruolo del capofamiglia precoce che deve provvedere al sostentamento della numerosa famiglia.
Jonas Carpignano torna nei luoghi che avevano contrassegnato i suoi esordi e lo fa con la passione e la tenacia di chi conosce a fondo la materia che intende trattare, se ne lascia attrarre conservando però sempre il controllo di un film che fonde una riflessione socio antropologica al desiderio di raccontare una fase di passaggio fondamentale per il suo protagonista. Il quale è quel Pio Amato che già si era fatto notare in Mediterranea e che qui porta sulle fisicamente fragili ma attorialmente solide spalle l’intero film.

Nel suo sguardo si leggono domande esistenziali che la voce non sa esprimere così come dalla sua ritrosia e dai suoi imbarazzi emergono i segni di un’infanzia e di una preadolescenza che non hanno potuto essere tali a causa di una precoce immissione nel non facile mondo degli adulti. Che tale non lo considerano (a partire dal fratello) ma che nulla gli nascondono di una realtà quotidiana in cui il mestiere di vivere richiede la capacità di guardarsi costantemente le spalle.

Carpignano si mette al servizio di queste persone che in gran parte recitano se stesse e lo fanno con una spontaneità e veridicità che pochi nel cinema italiano sanno gestire con altrettanta maestria. La macchina da presa entra nelle loro vite senza pretendere di asservirle ai propri fini e sapendo anche mutare modalità e tempi a seconda della comunità messa in luce di volta in volta. Gli africani (che per i Rom sono tutti ‘marocchini’) hanno una vitalità non folcloristica ma quasi necessitata dal dover sopravvivere in un ambiente non amichevole che contrasta con la lucida determinazione malavitosa degli uomini della ndrangheta locale.

Osservato con uno sguardo lucido ed esterno, A Ciambra si presenta come un efficace e partecipe ritratto di un mondo che molti preferiscono non conoscere e disprezzare. Non è però possibile nascondere il dubbio che proprio a costoro, in un periodo particolarmente caldo nei confronti dell’immigrazione, offra occasione per un’ulteriore conferma dei propri assunti aprioristici e generalizzanti.

Giancarlo Zappoli, http://www.mymovies.it


Sing Street

giugno 9, 2018

di John Carney con Lucy Boynton, Maria Doyle Kennedy, Aidan Gillen, Jack Reynor, Kelly Thornton.Genere:drammatico.Distribuzione BIM.
Irlanda, 2016 durata 106 min. Consiglio per la visione di bambini e ragazzi: +13

Conor vive nella Dublino di metà anni ’80, ha 16 anni e un talento nella scrittura di canzoni. L’incontro con l’aspirante modella Raphina, di cui s’innamora perdutamente, lo spinge a fondare una pop band per attirare la ragazza come attrice di videoclip. Nel frattempo il matrimonio dei genitori va in frantumi: saranno la musica, l’amore e l’inossidabile rapporto col fratello maggiore a dare al ragazzo un coraggio che non credeva possibile. 
Mentre il Brit pop esplodeva nel mondo e Londra era the place to be, gli adolescenti e i giovani irlandesi si sentivano inevitabilmente periferici. L’unico sogno era salpare verso la costa inglese e farsi inghiottire dalle bancarelle e dai pub affollati di Camden Town. In quell’atmosfera decadente ma sognatrice, il dublinese John Carney aveva pressappoco la stessa età di Conor. Facile credere che quella chitarra acustica che il ragazzo armeggia ancora insicuro come strumento per non sentire i genitori litigare fosse simile alla sua, così come sua fosse la passione consapevole per il rock esibita da Brendan,
il fratellone “filosofo”.
Regista dal pedigree musicale, Carney l’abbiamo amato nell’opera Once, apprezzato in Tutto può cambiare ma é con Sing Street a sfiorare il paradiso, naturalmente nel genere teen-musical-romance-dramedy. Difficile infatti è trovare simili equilibri di levità e profondità nel pur ricco panorama contemporaneo del cinema su/per adolescenti.
Rielaborando il proprio know-how sugli ’80 a tutto tondo e la vibrante tradizione anglosassone del romanzo di formazione unita al musical, Carney riesce nel piccolo grande miracolo di comporre un ensemble divertente ed intelligente, ricco di trovate musicali-narrative che fanno il verso a band di culto dell’epoca di cui imita sound e look adattati alla freschezza di simpatici e ingenui teenager. Non a caso il gruppo da loro creato si chiama Sing Street, laddove la strada diventa lo stage primigenio, la loro palestra umana ed educativa.
“I am a Futurist” (Sono un futurista) si ostina a ripetere Conor nelle sue misere “brown shoes”, totalmente ignaro delle connotazioni culturali che si auto-attribuisce, ma è chiaro che lui e i suoi amici pensano oltre e malgrado se stessi a un futuro altrove, certamente diverso dalle famiglie da cui provengono.Sing Street scorre nel suo tempo come meglio non potrebbe, e mostrandoci amori acerbi ma sinceri, speranze intatte e sogni folli, naviga sicuro attraverso le turbolente acque dell’adolescenza. Lodevole il cast, specie il giovanissimo protagonista Ferdia Walsh-Peelo.

Anna Maria Pasetti,www.mymovies.it