Memorie di un assassino

febbraio 4, 2020

Regia di Bong Joon-ho. Cast completo: con Song Kang-ho, Sang-kyung Kim, Roe-ha Kim, Song Jae-ho, Hie-bong Byeon, Seo-hie Ko. Genere Poliziesco – Corea del sud,2003.  Durata 129 minuti. Distribuzione Academy Two.

Gyeonggi, 1986. Il cadavere di una ragazza violentata scatena le indagini dell’inadeguata polizia locale, intenta più a cercare un capro espiatorio che a trovare il vero colpevole. Gli omicidi si susseguono inarrestabili e un ispettore arriva da Seoul per fare luce sul mistero. Il volto di Song Kang-ho, uno dei migliori attori della sua generazione, guarda in camera attonito e si rivolge direttamente a noi, smarriti e confusi, pieni di “perché”. Come è possibile che l’uomo possa compiere atti simili? O forse, se una nazione intera vive all’insegna della violenza e dell’ingiustizia, quanto avviene non è che una naturale conseguenza?
In mezzo a tanto cinema autocritico sugli anni bui della Corea del Sud, Memories of Murder si staglia come l’exemplum ideale per restituire il clima di ignoranza e violenza sotto il regime militare nella provincia più sperduta, mantenendo sullo sfondo – anziché giudicando in maniera didascalica – le aberrazioni del governo. Tanto la politica è nei gesti, nelle scelte, nel coprifuoco, nella paura della gente, ormai priva di fiducia nei confronti della polizia e dei suoi abusi; sfiducia guadagnata sul campo dai tutori della legge, che nel proprio modus operandi prevedono prove falsificate e confessioni estorte a suon di calci e pugni. Anche nei confronti di ritardati come Kwang-ho o di innocui pervertiti, evidentemente innocenti sin da subito. La narrazione del talentuoso Bong Joon-ho (The Host, Mother) adotta un registro quasi comico per sottolineare il clima farsesco della polizia di regime, ma non ne nasconde incompetenza e brutalità; l’autorità come manganello del potere, che manca degli uomini necessari per impedire un omicidio perché sono tutti impegnati a reprimere una rivolta studentesca.
Nemmeno l’ispettore proveniente da Seoul, presentato da Bong come un infallibile indagatore da libro giallo, riesce a districare la matassa, finendo per farsi trascinare dall’esasperazione figlia dell’impotenza. L’assassino non si può catturare perché invisibile, perché espressione della cattiva coscienza di un Paese malato, perché è ovunque, tanto nella disperazione disumana della baraccopoli quanto nello sciagurato distretto di polizia, dove l’elemento più brillante, in quanto donna, serve al più da cameriera. La fotografia di Kim Heong-gyu sottolinea il clima malsano di Gyeonggi: un abisso di pessimismo sulla natura umana dove è bandita ogni forma di redenzione ma soprattutto di comprensione. Uno dei capolavori della Corea di inizio millennio, oltre che un clamoroso successo di pubblico.

Emanuele Sacchi, MyMovies.it


Alice e il sindaco

febbraio 4, 2020

Regia di Nicolas Parisier. Cast completo: Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz. Genere Commedia – Francia, 2019, durata 103 minuti. BIM Distribuzione e Movies Inspired.

Rivelato nel 2015 da un thriller politico paranoico e promettente (Le Grand Jeu), Nicolas Pariser si impone con Alice e il sindaco come il regista per eccellenza del film politico francese. A qualche mese dalle elezioni municipali, il sindaco di Lione non ha più idee. Dopo trent’anni di vita politica è come svuotato. In suo soccorso, l’entourage comunale recluta una giovane normalista. Il ruolo di Alice Heimann è rigenerare la capacità di pensare del sindaco e la visione necessaria all’azione politica. Introdotta nel cerchio della fiducia, Alice rivela un’agilità innata per la ‘cosa politica’ fornendo carburante alla macchina municipale. E la macchina riparte ma gli scossoni e i sobbalzi non tarderanno a costringerla alla sosta forzata.
La politica, reale o sognata, diventa il terreno di (gran) gioco di un autore audace e ispirato, erede di Rohmer, a cui l’ultimo film fa esplicitamente riferimento.
Lontano dal fare della politica un uso funzionale, gioco di sosia o semplice motore per commedia o thriller, Pariser opta per la frontalità del reale. Alice e il sindaco rende conto di un consiglio comunale, delle forze di potere in gioco ma soprattutto del consolidarsi della relazione filiale tra una giovane normalista e un sindaco consumato. Attraverso la loro interazione, il regista affronta la natura e l’etica della politica, intesa come amministrazione del bene pubblico coerente a un sistema di valori. Nell’arena politica schiera una giovane donna di lettere, disorientata davanti a un mondo politico che naviga a vista e cerca nella sua giovinezza un po’ di carburante per ravvivare la fiamma, e un vecchio lupo, un sindaco in crisi che rappresenta tuttavia l’utopia di un governante (ancora) illuminato. Alice non è né una fata, né un’amante potenziale. La loro relazione ha il buon gusto di restare platonica e permette al sindaco di fare i conti coi desideri sfumati e di accettare la necessità di chiudere un capitolo. Alice da par suo ascolta e riflette sulla modestia in un mondo megalomane che condanna al limbo i suoi appunti e le sue osservazioni pertinenti. Le sue parole serviranno tuttavia a galvanizzare Théraneu, riacceso (provvisoriamente) in una requisitoria contro i mostri della finanza.
Rappresentanti di due generazioni confuse e sole, si consolano trovando un tempo per il dialogo, un tempo rubato alle agende compresse, un tempo per (ri)generare la parola politica. Rappresentazione della crisi democratica che colpisce la Francia, Alice e il sindaco chiude con una domanda, lasciando lo spettatore libero di decidere per la rinascita o per l’abbandono. Con la medesima volontà di gratitudine e di trasmissione che spingeva gli autori della Nouvelle Vague a moltiplicare i piani sui loro libri prediletti, Nicolas Pariser lascia che la sua camera indugi sulle opere consultate da Alice per aiutare il sindaco a ri-pensare. 

Marzia Gandolfi, Mymovies.it


Il paradiso probabilmente

febbraio 4, 2020

Regia di Elia Suleiman. Cast completo: Elia Suleiman, Gael García Bernal, Holden Wong, Robert Higden, Sebastien Beaulac. Genere Commedia – Francia, 2019, durata 97 minuti.  Academy two distribuzione.

Elia Suleyman parte dalla Palestina per un viaggio a Parigi e a New York dove trova affinità con le situazioni che vive nella sua terra con una domanda: dov’è il luogo che possiamo veramente chiamare casa?
Chi non ha mai visto nulla di questo regista palestinese dovrebbe provare almeno una volta. Il suo è un approccio inconsueto alla narrazione fatto di pochi dialoghi, primi piani e scene apparentemente slegate, ma che insieme contribuiscono alla costruzione di senso della pellicola.
Questi elementi, insieme alla mimica facciale quasi impercettibile, ma efficace del protagonista (lo stesso regista) accostano la regia di Suleiman quella di altri tre grandi registi diversissimi tra loro. Buster Keaton dal quale riprende l’effetto comico della fissità del volto, Jacques Tati al quale riconduce la comicità surreale di certe sequenze e, infine, Roy Andersson per il taglio delle inquadrature, la simmetria e l’immobilità di situazioni nelle quali il tempo sembra fermarsi. A differenza dei suoi lavori precedenti Suleiman si muove in senso opposto per raccontare la sua Palestina, dalle note di regia si legge infatti: “Se nei miei film precedenti ho cercato di presentare la Palestina come un microcosmo del mondo; il mio nuovo film, Il paradiso probabilmente, cerca di mostrare il mondo come se fosse un microcosmo della Palestina”.
Il risultato è un film particolare che si muove tra comicità e satira civile e che si interroga sul concetto d’identità e appartenenza in un mondo sempre più globalizzato. In questo senso è esemplare la rappresentazione della tensione geopolitica che, solo pochi anni fa, era un tratto esclusivo e caratterizzante di determinate aree geografiche come il medio oriente mentre oggi la si può trovare in tutte le grandi metropoli: a Parigi dove squadriglie coreografiche super tecnologizzate e onnipresenti di poliziotti vigilano sull’ordine pubblico, carri armati sfilano con il loro carico di frastuono per le vie della città (seppure in preparazione della parata del 14 luglio e significativamente davanti alla Banca di Francia), oppure a New York dove la gente comune affronta la vita quotidiana indossando armi da fuoco come fossero accessori fashion (ma è solo un sogno, oppure no?).
Tali scene sono costruite con cura e attenzione e strappano spesso una risata che però prende un sapore amaro nel momento in cui ci si rende conto che situazioni simili sono realmente vissute e all’ordine del giorno nei territori di guerra delle zone da cui proviene il regista. Il film è girato quasi esclusivamente in soggettiva, le inquadrature sono la porzione di realtà che lo sguardo può abbracciare, per questo motivo la macchina da presa è per lo più fissa, ma in alcuni momenti è anche capace di alzarsi, planare e arrivare fino alle nuvole per portarci oltre i confini. La singolare comicità di Suleiman è ormai un tratto caratteristico del regista e funziona attraverso uno schema che si ripete: le scene di vita quotidiana sono presentate con una tensione latente che inizialmente induce un senso di spaesamento nello spettatore e che via via aumenta fino a prendere il centro dell’azione. Schema ben esemplificato nella scena iniziale nella quale la rappresentazione di un rito ortodosso si conclude in maniera imprevista ed esilarante. Il limite, o comunque l’elemento di divisione, del film è forse proprio il suo punto di forza, la particolare narrazione che rischia di allontanarlo dal coinvolgimento del pubblico perdendo in questo modo anche il senso di universalità del messaggio.
M.Tonino, Mymovies.it


Lontano lontano

febbraio 4, 2020

Regia di Gianni Di Gregorio. Cast completo:  Ennio Fantastichini, Giorgio Colangeli, Gianni Di Gregorio, Daphne Scoccia, Salih Saadin Khalid. Genere Commedia  – Italia, 2019, durata 90 minuti. Parthénos distribuzione.

Quarta volta per Gianni Di Gregorio che riprende il filo del suo cinema di quartiere con una modestia sempre benvenuta. Niente effetti speciali o scenari ricostruiti ma una storia inscritta nel suo habitat naturale: Trastevere e i suoi caffè, luoghi preferiti dell’ozio romano e viavai di saluti, proposte, offerte, idee, progetti. E la romanità è da sempre l’ingrediente segreto aggiunto all’intrigo principale. A questo giro di vicoli, il soggetto è la ‘favolosa pensione’ degli italiani all’estero, tra vantaggi fiscali e sole abbagliante.
Giorgetto e il professore sono amici da sempre. Tra un bicchiere di vino (bianco) e una passeggiata a Trastevere discutono della pensione che non basta mai e che probabilmente dovrebbero spendere altrove, in un paese straniero in cui la vita costi meno e il ritiro sia più dolce. A loro si aggiunge Attilio che una pensione non ce l’ha ma sopravvive restaurando mobili fuori porta. Dopo aver consultato un ‘esperto’ di pensioni statali all’estero, optano per le Azzorre. Stabilita una cassa comune e presa la prima lezione di portoghese, si preparano scrupolosamente per la partenza ma una variabile maggiore si impone e i nostri non andranno oltre Porta Settimiana.
Più dei film precedenti, Lontano Lontano coglie l’essenza della romanità, della sua espressività linguistica che impasta le immagini. Immagini che compongono insieme un vero e proprio saggio di antropologia urbana (trasteverina). Perché Trastevere è un’isola all’interno della città, è una culla della tradizione popolare romana di cui Di Gregorio intercetta i cambiamenti avvenuti nel corso degli anni, stemperandoli in una bonaria e calorosa mimesi del parlato. Una scelta stilistica che è anche chiave interpretativa per proporre una delle possibili letture sociali del tessuto trasteverino, così stratificato, variegato e ricco.  Con precisione socio-antropologica e un grande senso dell’umorismo, Lontano Lontano mette a fuoco l’identità di coloro che non producono più ricchezza, un gruppo di pensionati a confronto coi meccanismi e le trasformazioni dell’economia. Cialtroneschi e pasticcioni, progettano il colpo grosso in una spiaggia delle Azzorre, dove la qualità della vita e il potere di acquisto non hanno eguali. La messa in scena dei goffi tentativi, dei gesti maldestri e della confusione emotiva dei personaggi consente all’autore di schiacciare sul pedale del velleitarismo, spremendo dall’evidente inadeguatezza dei suoi antieroi effetti comici di irresistibile ilarità. Ma la costruzione irridente di caratteri dismessi e fallimentari, è bilanciata dalla rappresentazione ‘oggettiva’ di una moderata produttività. Lontano Lontano è una presa d’atto dei paradossi dell’economia, in fondo alla quale la coppia ‘risata-magnata’ sembra la più coerente possibile. Le evasioni fuori porta (Settimiana), principalmente alla ricerca del ristorante migliore, provocano una gradita indolenza, ancorando la storia ai sampietrini della realtà, che il popolo di Trastevere gestisce con orgoglio e spirito. E la dignità che Gianni Di Gregorio gli conferisce è veramente bella da guardare.
Marzia Gandolfi, Mymovies.it


Ritratto della giovane in fiamme

febbraio 4, 2020

Regia di Céline Sciamma. Cast completo: Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel. Genere Drammatico – Francia, 2019, durata 120 minuti. Lucky Red distribuzione.

Francia, 1770. Marianne, una pittrice, riceve l’incarico di realizzare il ritratto di nozze di Héloise, una giovane donna appena uscita dal convento. Lei però non vuole sposarsi e quindi rifiuta anche il ritratto. Marianne cerca allora di osservarla per poter comunque adempiere al mandato. Scoprirà molte cose anche su di sé.
Céline Sciamma al suo quarto lungometraggio continua la sua ricerca sull’identità sessuale tema nei confronti del quale ha mostrato un’ottima capacità d’indagine in fase di sceneggiatura nonché nel trasferimento sullo schermo.
In questa occasione lascia però il presente per rivolgersi al passato. Un passato che di lì a meno di un ventennio vedrà il fuoco della Rivoluzione che cambierà tutto ma non spazzerà via il pregiudizio e le costrizioni. Non è necessario scomodare riferimenti a Jane Austen per apprezzare uno script in cui Sciamma, sin dalle prime inquadrature, ci enuncia il proprio progetto. Sullo schermo/tela bianco una mano munita di carboncino inizia a delineare un’immagine. Ecco: esattamente qui sta il senso del film. In una domanda: quanto le strutture sociali impediscono agli individui di farsi ritrarre (cioè guardare) per ciò che veramente sono? Marianne, pronta a gettarsi in mare per recuperare le tele che poi asciugherà insieme al suo corpo nudo davanti ad un camino, possiede le tecniche per ritrarre gli altri ma si troverà a scoprire un’immagine di se stessa che stava nascosta nei recessi della sua sensibilità. Héloise che rifiuta inizialmente lo sguardo altrui (legato inestricabilmente a una condizione coniugale che non vuole accettare) progressivamente imparerà a guardare oltre e ad accettare di essere vista. Tra di loro, solo apparentemente in un ruolo secondario, la giovane serva che resta incinta sottoponendosi ai più diversi tentativi per abortire.
É un film in cui le parole vengono pronunciate solo se e quando sono necessarie perché sono e restano per tutto il tempo le immagini a costituire l’elemento portante della narrazione. La cura nella ricerca non solo dell’inquadratura ma anche degli abiti nonché degli spazi (in particolare gli interni) fa ripensare al Rohmer de La marchesa von…. Là dove la geometria rohmeriana definiva spazi studiati quasi teoreticamente Sciamma cerca anche la nota dissonante del letto sfatto stando però sempre attenta a produrre un equilibrio estetico in cui tutti gli elementi si bilancino. Ciò che deve ‘sbilanciarsi’ è la vita delle due protagoniste che dovranno progressivamente ammettere (innanzitutto con se stesse) sentimenti nuovi e importanti nei confronti dei quali operare delle scelte fondamentali.
Giancarlo Zappoli, Mymovies.it


Il cielo sopra Berlino

febbraio 4, 2020

Regia di Wim Wenders. Versione restaurata in 4k. Cast completo: Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand, Curt Bois. Genere Drammatico, Fantasy – Germania, 1987, durata 130 minuti. Viggo Distribuzione.

Nel cielo grigio sopra Berlino, nelle sue vie e nei suoi edifici si aggirano innumerevoli angeli non visibili agli adulti ma individuati dai bambini. Essi possono sentire i pensieri di ognuno e cercare, mettendosi loro accanto, di lenire i dolori dei più sofferenti. Due di loro, Damiel e Cassiel, si ritrovano periodicamente per raccontarsi le reciproche esperienze. Damiel è quello a cui pesa maggiormente la propria condizione: vorrebbe poter diventare uomo per percepire il senso della materia e della quotidianità. Grazie a una trapezista e a un attore riuscirà a prendere una decisione fondamentale.
Wenders, rientrato in Europa dopo la doppia esperienza americana di Hammett  e di Paris, Texas, va alla ricerca delle proprie radici culturali e sceglie, lui originario di Düsseldorf e ammiratore di Colonia, quella Berlino che lo ha visto, diplomando alla scuola di cinema di Monaco, esordire nel lungometraggio. La città, con la sua tormentata storia, con i suoi monumenti, è la coprotagonista di uno dei migliori film in assoluto dell’intera filmografia wendersiana.
Ispirato da Rilke e con l’assolutamente importante collaborazione di Peter Handke, Wenders ci propone una riflessione sull’esistere che si fa cinema, pensiero e azione. Cinema innanzitutto e fin dalle primissime immagini con l’angelo Bruno Ganz che viene visto dai bambini in un affascinante bianco e nero. Quell’angelo è un ‘collega’ degli ‘angeli’ registi che Wim sente vegliare su di lui: Truffaut, Ozu e Tarkovskij a cui dedica il film alla fine. Ma è anche colui che sente il bisogno di superare la fase di ‘ascolto’ della vita per immergervisi completamente. Non basta osservare la realtà e condividerne, anche se sempre con distacco, i sogni e le disillusioni. Bisogna entrarvi con il peso della passione e del dolore. Non a caso ad aprire questa dimensione a Damiel sono due persone che hanno fatto della ‘rappresentazione’ la loro vita: la trapezista Marion e l’attore Peter Falk.
Grazie a loro il bianco e nero può diventare colore e l’angelo, che osservava dall’alto del campanile simbolo della Berlino devastata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, può ora, come dicono gli inglesi, “to fall in love” “cadere in amore”. Perdendo l’eternità ma acquisendo la fondamentale dimensione umana.
Giancarlo Zappoli, Mymovies.it


Sorry we missed you

febbraio 4, 2020

Regia di Ken Loach. Cast completo: Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster. Genere Drammatico – Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019, durata 100 minuti. Lucky Red.

Ricky, Abby e i loro due figli, l’undicenne Liza Jane e il liceale Sebastian, vivono a Newcastle e sono una famiglia unita. Ricky è stato occupato in diversi mestieri mentre Abby fa assistenza domiciliare a persone anziane e disabili. Nonostante lavorino duro entrambi si rendono conto che non potranno mai avere una casa di loro proprietà. Giunge allora quella che Ricky vede come l’occasione per realizzare i sogni familiari. Se Abby vende la sua auto sarà possibile acquistare un furgone che permetta a lui di diventare un trasportatore freelance con un sensibile incremento nei guadagni. Non tutto però è come sembra. Quella ritratta da Ken Loach è una realtà formata da persone che nel non voler comparire denunciano implicitamente la condizione di precarietà in cui operano. Ci sarà probabilmente chi affermerà che siamo di fronte all’ennesimo comizio di un regista che non ha mai nascosto da quale parte batte il suo cuore. Bene, se questo è un comizio lo erano anche, sul piano letterario, “I miserabili” di Victor Hugo o l'”Oliver Twist” di Charles Dickens (solo per fare un esempio).
Verso la fine dei titoli di coda si leggono queste parole: “Grazie a tutti quei trasportatori che ci hanno fornito informazioni sul loro lavoro ma non hanno voluto che i loro nomi comparissero”. In questa breve frase è sintetizzata la modalità di lavoro di Ken Loach (e del suo sceneggiatore doc Paul Laverty): costruire una storia solida sul piano cinematografico senza mai dimenticare la realtà.
A un certo punto del film c’è una reazione verbale da parte di uno dei protagonisti che, se non fosse che al cinema ci si comporta diversamente che a teatro, spingerebbe all’applauso. In quel momento ti accorgi di come Loach abbia saputo leggere non solo nella psicologia dei personaggi (che nel suo cinema sono sempre ‘persone’) ma pure in quella dello spettatore. Anche sul piano più strettamente cinematografico il suo si presenta come un lavoro tanto partecipe quanto accurato. L’apparente semplicità del suo modo di riprendere richiede un gran lavoro con gli interpreti e fa costantemente leva sulle sue doti di documentarista capace di trasferire la realtà nel cinema di finzione.
Abby, Ricky, Seb e Liza Jane non sono supereroi, non hanno nulla di straordinario nelle loro vite. Sono semplicemente una famiglia, con le proprie difficoltà e con una unità che si vorrebbe far vacillare. Al di là dei proclami retrogradi o interessati di cui la parola ‘famiglia’ viene sempre più spesso fatta oggetto Ken Loach ci ricorda che elemento imprescindibile della sua coesione è, oggi più che mai, la dignità del lavoro che troppo spesso viene sistematicamente conculcata. La schiavitù non è stata abolita. Ha solo cambiato nome.
Giancarlo Zappoli, Mymovies.it