Appuntamento al buio 2019

luglio 8, 2019

il cinema che meraviglia

giovedì 07 febbraio 2019
Troppa grazia
di Gianni Zanasi (Italia, Spagna, Grecia, 2018, 110’)

giovedì 14 febbraio 2019
Una notte di 12 anni (La Noche de 12 Años)
di Álvaro Brechner (Francia, Argentina, Spagna, 2018, 123’)

giovedì 21 febbraio 2019
Lontano da qui (The Kindergarten Teacher)
di Sara Colangelo (USA, 2018, 96’)

lunedì 25 febbraio 2019
Il ragazzo più felice del mondo
di Gianni Pacinotti (Italia, 2018, 90’)

giovedì 28 febbraio 2019
1945
di Ferenc Török (Ungheria, 2017, 91’)

giovedì 07 marzo 2019
Un affare di famiglia (Shoplifters)
di Kore’eda Hirokazu (Giappone, 2018, 121’)

giovedì 14 marzo 2019
Il vizio della speranza
di Edoardo De Angelis (Italia, 2018, 90’)

giovedì 21 marzo 2019
EVENTO SPECIALE VM18 (finalmente maggiorenni)
ore 19,00 INTRODUZIONE
workshop a cura di Alessandro De Filippo
ore 21,00 Inside gola profonda (Inside deep troath)
di Fenton Bailey, Randy Barbato (Usa, 2004, 92’)

giovedì 28 marzo 2019
La donna elettrica (Kona fer í stríð)
di Benedikt Erlingsson (Francia, Islanda, Ucraina, 2018 101’)

giovedì 04 aprile
Old man & the gun (The old man & the gun)
di David Lowery (USA, 2018, 93’)

giovedì 11 aprile
Tre volti (Se rokh)
di Jafar Panahi (Iran, 2018, 102’)

giovedì 18 aprile
Lucky
di John Carroll Lynch (USA, 2017, 88’)

Un progetto FITZCARRALDO CINECLUB
In collaborazione con CINEMA LUMIERE di RAGUSA
Con il contributo di CENTRO SERVIZI CULTURALI – COMUNE DI RAGUSA
Grazie a ANTICA DOLCERIA BONAJUTO

Proiezioni ore 18,30 e 21,30
CINEMA LUMIERE
Via Archimede 214, Ragusa
tel 0932-682699

Ingresso con tessera FIC – Fitzcarraldo Cineclub 2018-2019
Biglietto / 1 film: euro 5,00
Abbonamento / 11 film e 1 evento speciale: euro 27,00
Tessera FIC – Fitzcarraldo Cineclub 2018-2019: euro 3,00

Il programma può subire variazioni

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Inside gola profonda

febbraio 6, 2019

Un film di Fenton Bailey, Randy Barbato. Titolo originale Inside deep throat. Documentario, durata 92 min. – USA 2004. VM 14 ANNI

Dietro le quinte di un classico, non tanto del cinema quanto del costume, il primo porno “ufficiale”: “Gola Profonda”.
È il giugno del 1972 quando la pornografia esce dalla clandestinità grazie al successo, inaspettato e colossale, del film “Gola Profonda” (25.000 dollari di costo per un incasso globale di oltre 600 milioni). Il documentario di Fenton Bailey e Randy Barbato ne ripercorre la storia, dalla rocambolesca genesi alle ripercussioni sociali, attraverso una formula che ricalca lo stile di Michael Moore: contrapposizione di pareri, voce fuori campo (nell’edizione originale Dennis Hopper), musica accattivante e montaggio ad effetto. È l’occasione per approfondire un periodo storico tutto sommato vicino (poco più di trent’anni fa) che sembra ancorato a una morale arcaica e distorta, purtroppo ancora in parte attuale. La forza del film di Gerard Damiano fu nel porre inconsapevolmente l’attenzione su aspetti tabù della sessualità: il piacere femminile, fino ad allora tacitamente negato, e la fellatio, in alcuni stati americani considerata illegale. L’idea del clitoride della protagonista spostato nella gola passa quindi, da trovata originale e grottesca, a simbolo di una nuova consapevolezza sessuale. Un modo per poter finalmente porre l’attenzione su aspetti su cui, oggi come allora, sembra sempre consigliabile glissare. Sono soprattutto i media a decretare il successo del film e a creare l’evento (per distogliere l’attenzione dai veri problemi, allora il Vietnam, oggi l’Iraq), con la mannaia della censura che, come al solito, accende la curiosità invece di soffocarla. Il documentario mostra con efficacia, attraverso spezzoni del film (l’unica scena hard esibita è quella che spiega nel dettaglio il significato del titolo), interviste a personaggi celebri (tra gli altri, Erica Jong, Gore Vidal, Hugh Hefner, Camille Paglia e John Waters) e materiale di repertorio, l’entità di quella che può essere definita come una vera e propria rivoluzione sessuale. Ed è curioso constatare come la causa di tanto fermento sia un filmetto al limite dell’amatoriale, definito dallo stesso Damiano “non certo un buon film”, che ancora oggi, però, conserva una ruspante genuinità, lontana anni luce dalla grevità della seriale produzione pornografica contemporanea. Bailey e Barbato mostrano le reazioni dell’opinione pubblica, i numerosi tentativi di repressione del governo americano, l’interessamento di una platea quanto mai globale (dalle star del cinema alla casalinga), le interferenze addirittura della mafia nella suddivisione dei profitti. Seguono inoltre il destino di chi è stato coinvolto nel progetto del lungometraggio: dalla volubile Linda Lovelace (prima portabandiera della libertà sessuale, poi acerrima nemica del porno e poi ancora mezza nuda sulle pagine di riviste patinate), allo sfortunato Harry Reems, divenuto comodo capro espiatorio e salvato dalla galera solo grazie allo scandalo Watergate che portò Nixon alle dimissioni (immancabile, però, lo strascico devastante di droga e alcool). Senza dimenticare, ovviamente, il regista Gerard Damiano, che, con un’incoscienza oggi impensabile, diede il via a un mutamento dei costumi. La forza del documentario è nel prendere posizione a favore del libero arbitrio lasciando spazio a un’esplicativa alternanza di punti di vista e dando risalto al “lato oscuro” di una nazione. “Lato oscuro” oggi solo in apparenza affrontato, ma sempre pronto a riemergere facendo leva su ignoranza, paura, senso di colpa e luoghi comuni. “Che la forza sia con noi!” verrebbe da dire, se l’ironia fosse una possibile soluzione. In realtà, la minaccia di un oscurantismo in materia sessuale è tutt’altro che fantasma e resta un problema attuale che ha bisogno di leggi e prese di coscienza. La strada da fare, quindi, è ancora lunga.
(Luca Baroncini per http://www.spietati.it)


Il vizio della speranza

febbraio 6, 2019

Regia di Edoardo De Angelis. Con Pina Turco, Massimiliano Rossi, Marina Confalone, Cristina Donadio, Odette Gomis. Genere drammatico – Italia, 2018, durata 90 minuti. Distribuito da Medusa.

Maria cammina veloce, con il cappuccio della felpa in testa a coprirle lo sguardo, accompagnata da una cagnona che, tautologica, si chiama “cane”. Attraversa decisa cumuli di rifiuti, abita una terra senza pace appoggiata al fiume Volturno, che assomiglia a una sterminata discarica a cielo aperto più che a un litorale. Avvicina giovani donne incinte, per lo più prostitute, per accompagnarle a vendere i loro futuri bambini a chi può permettersi l’acquisto della maternità. Una sorta di Caronte, insomma: anello di congiunzione tra un’umanità umiliata e il potere del malaffare senza morale. Maria mostra poche emozioni, ma è sull’orlo dell’eruzione: quando scopre di aspettare anche lei un bambino – quando sente cambiare il proprio corpo, che ha sempre cercato di ignorare – le diviene impossibile sopportare la routine di sfruttamento e continuare l’inseguimento di Fatima, giovane donna in fuga decisa a tenersi il figlio che verrà. Da soggetto Maria diventa oggetto, vittima delle mire e delle minacce di un’ingioiellata pseudo-mammana eroinomane che è a capo del traffico di neonati.
Edoardo De Angelis, come già in Indivisibili, parte da un personaggio – in quel caso “raddoppiato” – per calarlo in una geografia, fisica e umana, dominata dal degrado, fisico e umano. Maria è una Madonna guerrieraasservita a una legge che appare immutabile, capace infine di scoprire, grazie a una maternità inattesa quanto misteriosa, un barlume di amor proprio. La prima parte di Il vizio della speranza – titolo ispirato a una frase di Giorgio Scerbanenco, utilizzata come esergo del film – mostra il talento per la messa in scena di De Angelis, che impasta luci e colori creando un effetto iperrealista e disturbante, asseconda il ritmo del racconto alla musica, inventa un mondo ancestrale in continuo chiaroscuro.
L’evoluzione della narrazione però si sovraccarica ben presto di un impianto simbolico parossistico. La via crucis al femminile della protagonista, funestata da un’onomastica mariana – oltre a Maria ci sono Fatima, Virgin e via dicendo – intrusiva e didascalica, si tinge quindi di un tono liturgico ossessivo e ridondante e di una lettura rovesciata e ambigua del femminile (gli uomini, come lo Stato, quasi non esistono, se si esclude un giostraio marginale che si tramuta in strumento di salvezza; le donne governano – male – il mondo), fino al lirismo scivoloso della preghiera laica che accompagna il mistero del parto. De Angelis si trova così schiacciato tra la pretesa metaforica e il tono, forse a lui più congeniale, da scorticato melodramma popolare, sottolineato dalle (belle) musiche di Enzo Avitabile. La precarietà dell’equilibrio (sorretto dalla prova convincente delle attrici protagoniste, Pina Turco e Marina Confalone) che non silenziava la potenza di Indivisibili qui travolge il film, che si frantuma e scivola limaccioso verso un finale figurativo che sfida il cattivo gusto tra ralenti, cavalli e natività ridotte a illustrazioncine dolenti. Un vizio di forma, dovuto soprattutto all’ansia metaforica e all’enfasi di scrittura, che soffoca quello della speranza evocato dal titolo.
(Federico Pedroni per http://www.cineforum.it)


Un affare di famiglia

febbraio 6, 2019

Regia di Kore’eda Hirokazu con Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki. Genere Drammatico – Giappone, 2018, durata 121 min.

In un umile appartamento vive una piccola comunità di persone, che sembra unita da legami di parentela. Così non è, nonostante la presenza di una “nonna” e di una coppia, formata dall’operaio edile Osamu e da Nobuyo, dipendente di una lavanderia. Quando Osamu trova per strada una bambina che sembra abbandonata dai genitori, decide di accoglierla in casa.
La famiglia, per definizione, non si sceglie. O forse la vera famiglia è proprio quella che si ha la rara facoltà di scegliere. Libero arbitrio parentale: un tema niente affatto nuovo nel cinema di Kore-eda Hirokazu, dallo scambio di figli di Father and Son alla sorellanza estesa di Little Sister.
Ma Un affare di famiglia percorre solo in apparenza binari antichi, nascondendo una differente declinazione della materia, che guarda al sociale come l’autore non faceva dai tempi di Nessuno lo sa. In un’opera brutalmente separata in due atti, che lavora molto sul dialogo con lo spettatore. Il primo segmento sembra esaudire appieno le aspettative di quest’ultimo, introducendolo a un gruppo di ladruncoli che, per interesse prima e per affetto poi, si ritrova a festeggiare un colpo, simulando di avere dei rapporti effettivi di parentela. Tutto sembra procedere nella direzione più attesa, sino alla svolta narrativa che riapre il vaso di Pandora e rimette tutto in discussione. “Buoni”, “cattivi”, giusto e sbagliato, diventano concetti ribaltati sullo spettatore e sui suoi dubbi, con una padronanza della narrazione – già intravista nel “rashomoniano” The Third Murder – che guarda al relativismo di Kurosawa Akira, ancor più che al consueto termine di paragone di Ozu. Il conflitto tra legge morale e legge sociale trasforma i toni quasi da commedia della rappresentazione della famiglia fittizia in un dramma colorato di nero, che colpisce come una sferzata, dopo aver aperto il cuore al sentimento.Con la grazia che lo contraddistingue nella trattazione delle dinamiche familiari e nelle sfumature di comportamento dei più piccoli Kore-eda seziona, con un invisibile bisturi, l’ipocrisia su cui si regge il formalismo nipponico e svela l’abisso che separa le classi sociali. Le professioni umilianti o usuranti che accomunano i membri della “famiglia” costituiscono il nuovo proletariato urbano, assai più eterogeneo e meno leggibile di quello analizzato da Marx. La classe operaia che, anziché sognare il paradiso o una rivoluzione, convive con il “job sharing”. Con Un affare di famiglia si ride, ci si commuove e si rischia di finire con il cuore in frantumi.
Emanuele Sacchi (MyMovies.it)


Il ragazzo più felice del mondo

febbraio 6, 2019

Regia di Gianni Pacinotti con Gianni Pacinotti Davide Barbafiera, Gero Arnone, Francesco Daniele. Genere – Commedia, 2018, durata 90 minuti.

Da qualche parte in Italia c’è un ragazzo che ama il fumetto e scrive da anni la stessa lettera ai suoi autori del cuore. Ha sempre quindici anni e lo stesso desiderio a forma di nuvola: ricevere l’autografo del suo disegnatore preferito. Messo da parte il progetto balzano di declinare al maschile La vita di Adèle e di convincere Domenico Procacci a produrlo, Gipi si mette sulle tracce di Francesco, il fan adolescente che vent’anni prima gli chiese un disegno autografato e oggi manifesta lo stesso amore per ogni destinatario chiedendo a tutti la medesima cosa. Un fonico improvvisato sempre in campo, un grillo parlante che grida alla sua coscienza e un gaio tuttofare col vizio della t-shirt personalizzata sono sufficienti per intraprendere un viaggio che li conduce dove non ci aspettiamo e dove nemmeno loro pensavano di arrivare.
Perché quello che comincia come un road movie, inseguendo una storia da raccontare a ogni costo, si converte in una riflessione singolare sull’emergenza della privacy. Su cosa sia la nozione di vita privata in un contesto di comunicazione onnipresente e di connettività generalizzata.
E ancora, Il ragazzo più felice del mondo fa il punto sul desiderio collettivo di produrre e consumare storie. Al cuore dell’uomo e della ricerca del fumettista, che vorrebbe raggiungere il fan seriale per conoscere le ragioni del suo bluff, c’è l’istinto fondativo del narrare. Artista di un medium unico, che combina le potenzialità della scrittura con quelle dell’immagine, Gipi sa bene che per far comprendere un concetto bisogna vestirlo di una trama. E allora ne costruisce una con un lieto fine che bussa alla porta del sedicente quindicenne al comando di un bastimento carico di fumettisti, per lusingarlo e accertarsi che non dica più bugie. Ma è a questo punto, travolto dagli eventi e dagli scrupoli, che Gipi si interroga sul senso del “raccontare storie”, sulle scelte morali alla base di questa pulsione, sulla legittimità di mettere in scena una storia vera, sulla liceità di farlo senza l’autorizzazione delle persone coinvolte, sul desiderio narcisistico e contemporaneo di esporre la vita intima. Storia vera e incredibile, Il ragazzo più felice del mondo è un documentario che insegue la fiction e trova il racconto sulla civiltà delle immagini e del web.Dentro un bus e un’avventura low cost, il disegnatore dell’apocalisse prova a ordinare un po’ il caos del mondo e a dimostrare la profondità dei destini individuali, preservandone uno e riducendo la quota di infelicità nel mondo. Apparire non è in fondo l’unico modo per esistere.
Marzia Gandolfi (MyMovies.it)


1945

febbraio 6, 2019

Regia di Ferenc Török. Con Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kalozy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki. Titolo originale: 1945. Genere Drammatico – Ungheria, 2017, durata 91 minuti.

In un afoso giorno di agosto del 1945, mentre gli abitanti di un villaggio ungherese si preparano per il matrimonio del figlio del vicario, un treno lascia alla stazione due ebrei ortodossi, uno giovane e l’altro più anziano. Sotto lo sguardo vigile delle truppe di occupazione sovietiche i due scaricano dal convoglio due casse misteriose e si avviano lentamente verso il paese. Il precario equilibrio che la guerra appena terminata ha lasciato sembra ora minacciato dall’arrivo dei due ebrei.
1945 è tratto da un racconto (“Homecoming”) dello scrittore ungherese Gábor T.Szántó, i cui saggi e racconti brevi sono stati tradotti in diverse lingue e inseriti nell’antologia americana Contemporary Jewish Writing in Hungary (Paperback, 2003) ma il film non ha nulla di ‘letterario’.
Girato in uno splendido bianco e nero si articola su tre piani paralleli che costruiscono l’azione. C’è la celebrazione di un matrimonio di convenienza tra il figlio del vicario, nonché droghiere del villaggio, che viene turbata dalla notizia dell’arrivo dei due misteriosi ebrei di cui osserviamo il procedere a piedi dietro il carro che porta le due casse.
Il terzo piano è quello che viene innescato dal riemergere del rimosso. La guerra in Europa è ormai finita anche se la radio trasmette notizie sull’atomica sganciata a Nagasaki. I russi controllano la zona e hanno trovato chi collabora con loro. Lo status quo viene però turbato da una domanda che coinvolge tutti: cosa vogliono i due ebrei che dicono di avere nelle casse solo cosmetici e profumi? Nel recente passato la famiglia Pollak è stata denunciata e consegnata ai tedeschi che l’hanno portata nei campi di sterminio. Molti si sono appropriati dei loro averi ‘legalmente’. Se i nuovi arrivati fossero intenzionati a chiederne la restituzione? In un’Ungheria che vede il premier Orban stravincere le elezioni non dev’essere stato facile per Ferenc Töröc tornare ad occuparsi di un periodo storico e di azioni miserabili che si preferirebbe seppellire nell’oblio. Perché è vero che l’avversione nei confronti dei russi è palpabile ma è anche altrettanto vero che chi li detesta non ha la coscienza a posto e questo stato non risparmia né uomini né donne e neppure chi rappresenta la Chiesa. Si può leggere come un segno positivo il fatto che il film esca con il patrocinio del Consolato Generale di Ungheria in Milano. Potrebbe voler dire che, nonostante le attuali posizioni politiche, in quel Paese resta ancora una possibilità di rilettura priva di schemi ideologici degli eventi di un non lontanissimo passato.
Giancarlo Zappoli (MyMovies.it)


Lontano da qui

febbraio 6, 2019

Regia di Sara Colangelo, con Maggie Gyllenhaal, Parker Sevak, Gael García Bernal, Anna Baryshnikov, Rosa Salazar. Genere Drammatico – USA, 2018, durata 96 minuti.

Lisa Spinelli è una maestra d’asilo con la passione per la poesia, tanto che i suoi figli ormai quasi adulti la trovano trasformata dalle lezioni che sta seguendo e il marito sente di essere un po’ trascurato. Lisa non è di per sé molto dotata, ma sa riconoscere il talento altrui e rimane folgorata da quello di un bambino dell’asilo, Jimmy, che ogni tanto cammina avanti e indietro come in trance recitando poesie impressionanti. Lisa decide di proteggerlo da una società indifferente al suo talento e fa il possibile per educarlo, spingendosi però molto oltre i limiti della sua professione a intraprendendo quasi una crociata personale.
Remake di un omonimo film israeliano di Nadav Lapid del 2014, The Kindergarten Teacher è la storia di una donna che di fronte alla crisi di mezz’età ritrova una passione per la vita e l’abbraccia in modo totalizzante.
È pertanto una storia di speranza e disperazione, che nasce dalla disillusione dell’età adulta, dalla rassegnazione ai sogni infranti di una madre che avrebbe voluto di più dai suoi figli e forse anche dal suo matrimonio. Non si tratta però di una donna che si getta in un’altra relazione (sebbene ci vada vicina), bensì di un progetto personale di assoluta purezza, che la pone sola contro tutti, inclusi i colleghi, le istituzioni e persino i genitori del bambino che vorrebbe aiutare e di cui è tragicamente la sola a vedere il talento.
Il film riesce a parlare di poesia e della sua assenza nella vita moderna senza mai farsi pedante e anzi costruisce un efficace crescendo quasi da thriller, lavorando sull’ossessione inappropriata della maestra per il piccolo Jimmy.
Al centro di questo remake, più o meno fedele, firmato da Sara Colangelo c’è Maggie Gyllenhaal, in una delle sue prove più sottili e intense.
La regista italoamericana, premiata allo scorso Sundance Film Festival proprio per la regia, prima di The Kindergarten Teacher aveva firmato un solo lungometraggio, Little Accidents, inedito in Italia.
Tra i pregi del film c’è poi il rifiuto di qualsiasi spiegazione per il talento del piccolo Jimmy, che è baciato dal genio in modo misterioso, imprevedibile e imperscrutabile. Quasi fosse toccato da una scintilla divina e per questo promettesse un senso più profondo alla vita, ovvero la più irresistibile delle sirene.
Andrea Fornasiero (MyMovies.it)